Vitalizi, il conto alla rovescia è concluso. Da oggi 608 parlamentari maturano il diritto all’assegno

L’Italia, per un giorno, diventa la Svizzera. Come un orologio, puntuale, scatta l’ora dell’onorevole pensione. Per 608 parlamentari è arrivato oggi il fatidico giorno che garantisce una rendita da mille euro al mese dopo soli quattro anni, sei mesi e un giorno di “lavoro”, cioè dall’avvio della legislatura. Gli attuali 20 milioni di italiani in pensione ci hanno messo sicuramente di più. Ma anche per gli eletti non è stato poi facile galleggiare così a lungo tra i marosi dell’instabilità politica che ha visto succedersi in meno di cinque anni tre presidenti del consiglio, 24 ministri e quasi 500 cambi di casacca tra i parlamentari. In mezzo anche un referendum che ha travolto e buttato giù tutto un disegno di riforma costituzionale che a detta dell’ex presidente della Repubblica Napolitano, nel 2013, era la ragion d’essere della legislatura. Con alto senso del dovere gli onorevoli hanno resistito fin qui e sono riusciti nell’impresa: al compimento dei 65 anni potranno godere di un bell’assegno mensile stimato in circa 950-1.000 euro al mese, sempre che non siano rieletti perché allora potranno goderne a 60 anni. Cumulabili con altre rendite previdenziali dovute a eventuali lavori veri, naturalmente. La loro strenua resistenza è ripagata due volte, perché oltre alla pensione in un colpo solo hanno salvato anche tutti i contributi versati in questi anni che avrebbero perso automaticamente in caso di conclusione anticipata della legislatura. E parliamo non di bruscolini ma di 40mila euro cadauno, per un tesoretto stimato in circa 20 milioni: vuoi mica lasciarli allo Stato, o peggio ancora alle casse della Camere?

Come funziona la nuova pensione parlamentare Con la riforma dei regolamenti delle Camere del 2012 il vitalizio è stato, di fatto, abolito in favore di un assegno pensionistico calcolato col metodo contributivo e pertanto legato a quanto l’onorevole ha versato durante gli anni del mandato. Differentemente il vitalizio veniva calcolato col metodo retributivo ed era molto più consistente: gli assegni dopo solo cinque anni di carica fruttavano infatti 3.108 euro lordi al mese una volta compiuti i 65 anni. Secondo le simulazioni fatte dalla Camera dei Deputati, un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, quando cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese. Per ottenere la pensione gli onorevoli versano un contributo pari all’8,8% dell’indennità lorda pari a 918,28 euro al mese. Un parlamentare che resta in carica per due legislature intere, potrebbe però chiedere la pensione già a 60 anni.

Tutti promettevano, tutti festeggiano A questo punto è quasi impossibile dire se il gioco a tirare a campare abbia impegnato di più il Parlamento o il governo di turno. Di sicuro l’interesse massimo a superare la fatidica data del 15 settembre è da attribuire ai 608 parlamentari che sono stati eletti per la prima volta nel 2013 e avevano tutto da perdere, anche perché la possibilità di essere rimessi in lista e farsi rieleggere per molti di loro è un puro miraggio, avendo a che fare con una legge elettorale indefinita e con partiti deboli abbarbicati a un ruolo semi padronale del loro leader. I festeggiamenti sono su tutti i banchi, opposizione e maggioranza, partitoni e partitini (e movimenti). I deputati al primo giro di legislatura alla Camera sono 410 e 191 al Senato, per un totale appunto di 608 su 945. Del gruppo fanno parte i 153 eletti con il Movimento 5 stelle (compresi quelli che poi sono usciti dal M5s) e 209 del Partito democratico. Più una quarantina dei 54 eletti di quella che fu Scelta Civica.

Abbasso la demagogia, viva la demagogia
I grillini si sono smarcati dalle accuse chiedendo di andare subito alle urne. Diverso il discorso per i democratici: sono stati eletti quando il leader era Pierluigi Bersani e molti di loro sono diventati renziani in un secondo momento. Dagli scricchiolii di allora è partita la campagna dei Cinque Stelle intorno ai “vitalizi”, che poi sono più correttamente pensioni facili: “Tirano a campare per tenersi il vitalizio, vergogna” diceva Luigi Di Maio invocando il voto anticipato. E dal Pd arrivavano, puntuali, le accuse di demagogia. Dopo il referendum del 4 dicembre anche per Renzi la chiamata al voto diventa un’opzione conveniente rispetto al logorio dei tempi moderni. E così il leader Pd non più premier si accoda alla battaglia mandando in diretta a Floris un sms lapidario sulla questione: “Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo”. Assurdo, proprio. Ma così è andata a finire. Si dice che due indizi fanno una prova. Ed ecco il secondo.

L’incrocio dei pali col ddl Richetti. E gli onorevoli fanno gol
Lo stesso copione di aria fritta e che condisce il tempo vale per il fantomatico “taglio ai vitalizi”, ovvero il ricalcolo con sistema contributivo dei 2.600 trattamenti già in pagamento e dei futuri pensionati ex parlamentari che maturerebbero già a 60 anni se rieletti. Il ddl Richetti che doveva fare tutto questo (il taglio vale il 40% circa dell’assegno) è impantanato da luglio, quando è stato approvato alla Camera. Il M5S ha tentato di spingerlo verso l’approvazione definitiva in Senato ma i tentativi sono andati a sbattere: non c’è fretta, mentre la rissa riempie l’aria il tempo passa e l’impegno a rivedere il più odiato dei privilegi rimane sospeso tra la promessa e l’illusione davanti alla porta della commissione Affari Costituzionali.

Per incassare basta non votare
Come ti incasso la pensione. Per tirare in lungo la legislatura non ci sono arti magiche e fatiche improbe da sostenere, anzi: meno si fa meglio è. Perché le circostanze di una legge elettorale che non c’è e che mai arriva in porto non possono non essere lette sempre e solo con l’alto profilo delle preferenze verso il sistema tedesco, spagnolo, a triplo turno secco e con contorno di misticanza. E ancora: Mattarellum, Provincellum e via dicendo. E mai con l’interesse materiale, oggettivo e di sostanza che accomuna larga parte del parlamento (il 64% degli eletti) a stare ben lontana dalle urne: la prospettiva di pensione, appunto. Il paradosso è che non serve tanto. Si può, ad esempio, scrivere una legge elettorale incostituzionale – come ha fatto Renzi – con l’Italicum che avrebbe dovuto sostituire l’incostituzionale Porcellum. Oppure insistere sul proporzionale alla tedesca come ha fatto il Pd, salvo doverlo poi ritirare dopo un rocambolesco voto alla Camera, dove per errore il tabellone ha mostrato il voto palese rendendo così visibile quanto fosse campata in aria l’idea di un accordo tra i partiti per accendere il disco verde. Figurarsi cosa sarebbe successo al Senato, dove la maggioranza traballa sempre. E fare come gli altri, arroccati sul proprio modello e i vari distinguo, indisposti a una pacificazione che faccia uscire il Paese dall’avere due leggi elettorali per Camera e Senato e nessuna. Unico beneficio apprezzabile di tutto questo? Non andare a votare. E restare in Parlamento.

Le possibili dimissioni rese impossibili
Resta un’arma atomica che – cosa pericolosa di per sé – è stata brandita solo una volta e da un fascista dichiarato. Contro se stesso: la rinuncia. I 608 deputati cadetti pronti a offrire il petto per la battaglia contro i vitalizi avrebbero potuto rinunciarvi spontaneamente. Come? Dimettendosi prima di maturarlo ovvero prima del 15 settembre. Cosa che è riuscita a un solo italiano, il parlamentare missino Enrico Endrich che lasciò lo scranno nel 1955 proprio per protestare contro l’approvazione della legge che istituiva il privilegio. Poi fu rieletto, se lo guadagnò e alla fine si rifiutò di riscuoterlo come anche la moglie. Tra gli ex c’è anche il caso di Gerry Scotti che ha chiesto in mille salse di non riceverlo, si è pure rivolto a Renzi e ancora aspetta. Ma dimettersi non è facile, perché dalla Camere non te ne vai, ti dimettono “loro”, come insegna il caso di Giuseppe Vacciano che anche per non riscuotere quell’assegno ha chiesto quattro volte di lasciare lo scranno e si è visto bocciare la richiesta ogni volta, dai colleghi parlamentari. Sia mai che accada davvero che uno rinunci al privilegio dimostrando che non si muore fulminati per questo. E neppure un fascista ma un ex grillino. Mai e poi mai.

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