Ue, sogno in crisi? Il prof. di Diritto comunitario: “Scettici pensino ai migranti, e agli inglesi. Stati Uniti d’Europa? Non servirebbe poi tanto”

Non è tra i più felici il momento in cui l’Università di Genova inaugura il suo corso di Diritto dell’Unione europea. Movimenti populisti e destre mettono in crisi i partiti tradizionali esasperando le criticità dell’Europa che nel sentire dei suoi cittadini è soprattutto il mandante dell’austerity che ha minato la quotidianità di milioni di persone già provate dalla crisi. Più Europa? Per molti significa non essere “padroni a casa nostra”, cedere sovranità. E il sogno di convivenza pacifica e libertà che nutriva la promessa europea sembra sbiadire. “Perché i giovani oggi non ricordano da dove veniamo e cos’ha fatto l’Europa per noi”, avverte Francesco Munari, professore ordinario di Diritto dell’Unione europea a Genova: “Dov’era l’Italia prima dell’adesione alla Ue e dov’è oggi: eravamo un paese di poveracci usciti dalla guerra distrutti e l’Europa ci ha aiutato”. Ma non si tratta solo degli argomenti di populisti ed estremisti. In Europa permangono distanze nelle condizioni sociali, nei livelli salariali, e a fronte di paesi in costante surplus ce ne sono altri in grave difficoltà. Ma non è abbastanza per dichiarare fallito l’esperimento europeo. Non per Munari, che imposta la sua riflessione sulla base di alcune considerazioni: “È vero, siamo andati avanti sperando che il meccanismo progredisse sempre in modo virtuoso, purtroppo da un po’ di anni ci siamo bloccati e questo ha generato sfiducia. Abbiamo creato la moneta unica pensando di poter omogeneizzare le economie, pur partendo da regole che mettevano molta distanza tra la politica monetaria e quella economica. Ma non illudiamoci che oggi gli stati possano andare lontano nel mondo globalizzato. Da soli ormai non si va da nessuna parte”. E a quanti, anche in Italia, propongono l’uscita dall’euro o addirittura dall’Unione come soluzione, ribatte: “Ci concentriamo troppo sulle cose che diamo per scontate senza renderci conto che l’Europa è una conquista quotidiana, che va migliorata tutti i giorni. Fare a meno dell’Europa vorrebbe dire regredire inevitabilmente. Prima di Brexit qualcuno poteva pensare di poter fare a meno dell’Europa, ora drammaticamente gli inglesi non sanno più come fare per rimediare all’errore che hanno combinato, spinti da esigenze di consenso di breve periodo e di disinformazione, con gravi responsabilità da parte dei politici”. Eppure nessuno può più permettersi di legittimare le sue scelte con il famoso “ce lo chiede l’Europa”: l’Ue continua a essere vista come fonte di sacrifici. “Non è così: stare in Europa significa in effetti molte più opportunità, soprattutto per chi è più giovane. Si pensi al diritto di poter circolare e trovare un futuro migliore altrove, basta immaginare a chi, anche solo per provarci, rischia la vita attraverso il Mediterraneo, capire quello che loro non hanno e noi abbiamo. Chiaro che in Ue il singolo stato conti meno, ma l’esperienza di molti migranti deve farci riflettere sulla differenza tra essere da soli e stare uniti”. Quali sono allora i passaggi obbligati per arrivare a degli “Stati Uniti d’Europa”, traguardo al quale guardano in molti europeisti? “Aumentare la convergenza delle politiche di bilancio, far conoscere di più l’Europa ai cittadini, e renderli consapevoli delle opportunità che hanno. Penso sarebbe già sufficiente. ‘Chi non ricorda il proprio passato è destinato a riviverlo’, ma io spero che la gente ritrovi la memoria del proprio passato per non tornare indietro rispetto a dove siamo: in un Europa che, con tutti i suoi limiti, ci ha permesso di vivere in pace per 70 anni”

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