Stragi, due arresti per gli attentati ai carabinieri del ’94: anche Graviano. “Cosa nostra e ‘ndrangheta: unica strategia”

C’era una “Cosa sola” che faceva stragi in Italia negli anni novanta. Una “Cosa sola” manovrata dai boss siciliani ma anche dai mammasantissima della ‘ndrangheta. Pure loro hanno partecipato alla strategia stragista di Cosa nostra. Calabresi e siciliani insieme nella fase che dalla Prima Repubblica portò alla Seconda spargendo sangue e bombe per tutto lo stivale. Il disegno criminale era unitario. Un filo rosso, infatti, lega la fallita strage dello stadio Olimpico e l’agguato consumato pochi giorni prima sulla Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Scilla, dove a colpi di fucile e di mitragliatrici Beretta M12 furono crivellati i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Un attentato riuscito al secondo tentativo. Poche settimane dopo furono arrestati gli esecutori materiali, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani, oggi tra i pentiti che hanno aiutato i pm a inquadrare quegli agguati considerati non più come episodi sporadici ma come un tassello di un progetto più ampio di “attentato allo Stato” maturato nell’ambito dell’alleanza tra Cosa nostra e ‘ndrangheta.

È questo l’elemento più importante dell’operazione “‘ndrangheta stragista” che stamattina, dopo oltre 23 anni, ha portato all’arresto dei mandanti del duplice omicidio Fava e Garofalo. Il blitz della squadra mobile, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è il risultato di una complessa indagine che adesso rischia di riscrivere un’intera stagione delle mafie italiane e del loro rapporto con la massoneria e con pezzi delle istituzioni. Gli uomini di Francesco Rattà e del questore Raffaele Grassi hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare a due elementi di vertice della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra.

Si tratta di Rocco Santo Filippone, di 77 anni, boss di Melicucco conosciuto con il soprannome di “Zio Rocco”. Esponente di rilievo della cosca Piromalli di Gioia Tauro, il pentito Consolato Villani lo definisce un “sicuro garante e un affidabile intermediario”. In una relazione del 1997 del commissariato di Polistena, Filippone viene descritto come un “pericolosissimo pregiudicato e mafioso con influenza determinante delle sue attività illecite e criminose sui comuni di Anoia e Melicucco. Si rappresenta che il predetto si è inserito ben presto in seno alla malavita organizzata del luogo grazie alle sue qualità di uomo d’onore, conquistando subito la simpatia e la fiducia del capo del clan mafioso Longo Luigi, deceduto,sotto la protezione e la guida del quale è riuscito a raggiungere un posto di assoluto rispetto nell’ambito dell’organizzazione mafiosa”. Un posto che gli ha consentito oggi di vedere il suo nome al fianco di quello di un altro boss siciliano, il cui nome è stato citato più volte in relazione all’oscura stagione delle bombe.  La seconda ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Dda, infatti, è stata notificata in carcere a Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio già detenuto al 41 bis.

La squadra mobile ha eseguito, inoltre, numerose perquisizioni in Calabria, Sicilia, Campania, Marche e Valle d’Aosta. A Rocco Santo Filippone, la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria contesta anche il reato di associazione mafiosa. Per i magistrati, il boss della Piana di Gioia Tauro aveva il compito “di curare le relazioni e incontrare i capi delle altre famiglie di ‘’ndrangheta al fine di dare esecuzione alle decisioni di maggior rilevanza criminale, deliberate dalla componente riservata della organizzazione mafiosa calabrese”. Tra queste decisioni c’era anche quella di “aderire alla strategia stragista di attacco alle istituzioni dello Stato”.

L’operazione antimafia, infatti, apre uno squarcio sul biennio ‘93 e ’94 che vide i due arrestati come i mandanti dei tre attentati compiuti contro i carabinieri di Reggio Calabria. Nei capi di imputazione contestati nell’ordinanza di custodia cautelare, infatti,  c’è l’agguato non solo del 18 gennaio 1994 in cui persero la vita gli appuntati Fava e Garofalo ma anche quelli del 1 febbraio 1994 quando furono gravemente feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò e il brigadiere Salvatore Serra e il tentato omicidio del 1 dicembre del 1993 quando rimasero miracolosamente illesi il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo. Un’unica causale per tre vicende delittuose che si inquadrano nella stagione definita delle “stragi continentali”.

Secondo gli inquirenti, i tre attentati contro i carabinieri non vanno letti ciascuno in maniera singola ed isolata, ma vanno inseriti in un contesto di più ampio respiro e di carattere nazionale nell’ambito di un progetto criminale, la cui ideazione e realizzazione è maturata non all’interno delle cosche di ‘ndrangheta, ma si è sviluppata attraverso la sinergia, la collaborazione e l’intesa di organizzazioni criminali, che avevano come obiettivo l’attuazione di un piano di destabilizzazione del Paese anche con modalità terroristiche.

I dettagli dell’operazione “‘Ndrangheta stragista” saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 in Questura a Reggio Calabria dove ci sarà anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Il suo sostituto Francesco Curcio ha lavorato in stretta sinergia con il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e soprattutto con l’aggiunto Giuseppe Lombardo assieme al quale hanno riascoltato quasi un centinaio di collaboratori di giustizia, intrecciato decine di filoni d’inchieste e trovato riscontri a vicende fino ad oggi avvolte nel mistero. A partire dall’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e al ruolo che, nella strategia stragista, ha avuto la ‘ndrangheta. Un ruolo tutt’altro che marginale e che sembra aver portato gli inquirenti a dimostrare il coinvolgimento di boss reggini nell’escalation di azioni criminali in cui rientrò anche il progetto di attentato allo stadio Olimpico che doveva essere compiuto il 23 gennaio 1994.

Un’unica strategia, infatti, decisa dai boss siciliani che seguivano l’opera di Salvatore Riina e dalle principali cosche della provincia di Reggio Calabria come i Piromalli. Una sorta di commissione ristretta che sullo sfondo, con una posizione più defilata, ha visto pure la cosca De Stefano. Calabresi e siciliani hanno dettato la linea di quella “guerra allo Stato” forse iniziata con l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti che avrebbe dovuto rappresentare, in Cassazione, l’accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra. Sul delitto, consumato nel 1991 a Campo Calabro, le indagini sono ancora in corso e non rientrano nell’operazione di oggi. Tuttavia il contesto è lo stesso.

Nel fascicolo dell’inchiesta ci sono i verbali di numerosi pentiti, tra cui Nino Fiume che parla di favori della ‘ndrangheta a Cosa nostra: “Era stata una cortesia chiesta. – sono le sue parole pronunciate qualche anno fa in aula bunker a Reggio – Cosa Nostra cercava alleati in Calabria per coinvolgere la ‘ndrangheta in quella che sarà definita la stagione stragista. A detta di Giuseppe De Stefano, a sparare sono stati due calabresi”. Proprio nell’ambito di queste “cortesie”, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e il sostituto della Dna Francesco Curcio hanno disegnato il perimetro del rapporto tra esponenti di Cosa nostra e ‘ndranghetisti che si muovevano lungo l’asse Reggio-Gioia Tauro.

Ex killer della cosca De Stefano e un tempo cognato del boss, infatti, Fiume racconta in un memoriale le dinamiche interne della famiglia di Archi, di quei mafiosi “dalle scarpe lucide” capaci di trattare alla pari con Riina e i corleonesi. Fiume è stato testimone oculare degli incontri tra i palermitani e i calabresi. Tre in tutto: una volta a Milano e due in Calabria, a Rosarno presso l’hotel Vittoria e a Parghelia, all’interno del residence Blue Paradise. Summit nei quali sembrava che le cosche reggine avessero declinato l’invito di Cosa Nostra a partecipare alle stragi che dovevano servire a piegare lo Stato. Il ‘no’ dei reggini, però, era di facciata. In realtà era un “sì” mascherato da una sorta di pacca sulla spalla come per dire: “Andate avanti, noi ci siamo”. La sensazione, adesso, è che vacillano le fondamenta di un sistema, compromesso in tutte le sue componenti: ‘ndrangheta, massoneria, politica, servizi segreti e interi pezzi delle istituzioni. Le armi dei De Stefano e dei Piromalli, infatti, non sono solo quelle che hanno macchiato la Calabria che tra il 1985 e il 1991 vide quasi mille morti ammazzati nella sola Reggio. Piuttosto quelle che hanno insanguinato l’Italia. Stragi e omicidi di Stato i cui segreti, in parte, sono custoditi in riva allo Stretto.

Ritornando all’agguato ai carabinieri, dopo i fatti calabresi doveva essere l’attentato allo stadio Olimpico  il “colpetto” che si doveva dare per ordine del boss Giuseppe Graviano. A raccontarlo è il pentito Gaspare Spatuzza che incontrò il suo capo il 21 gennaio 1994, al bar Doney in via Veneto, a Roma. Se la ‘ndrangheta ha sparato e ha ucciso due carabinieri, Cosa Nostra ha stappato lo champagne. Il tutto nei giorni in cui nasceva Forza Italia: “Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una lotteria. Poi mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l’Italia”.  Dopo l’agguato di Scilla, Graviano spiegò a Spatuzza: “Gli dobbiamo dare il colpo di grazia”. L’obiettivo era il pullman dei carabinieri in servizio allo stadio Olimpico per mantenere l’ordine pubblico durante le partite. Sarebbe stata l’ennesima strage se non si fosse inceppato il telecomando collegato all’autobomba.

Nelle pieghe del processo “Gotha”, che si sta celebrando a Reggio Calabria, spuntano alcuni verbali del pentito siciliano sui “rapporti tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra”. Tolti gli omissis, Spatuzza fa riferimento a un processo da aggiustare in Cassazione: “Giuseppe Graviano – sono le sue parole – mi spiegò che gli amici calabresi, in particolare il riferimento era alla cosca Molé-Piromalli, si sarebbero mossi su richiesta di Mariano Agate”. Quest’ultimo, boss di Mazara del Vallo morto nell’aprile 2013, – ha dichiarato Spatuzza – “è certamente da considerarsi, così come mi spiegarono i fratelli Graviano, l’anello di congiunzione fra Cosa Nostra e la ‘ndrangheta. Ho potuto rilevare come tutti indistintamente i capi ‘ndrangheta, a partire da Mommo Molé, avessero una venerazione per Mariano Agate. Voglio anche ricordare come Pasquale Tegano (con me detenuto ad Ascoli Piceno unitamente a Mariano Agate), così come lo stesso Franco Coco Trovato, quando si rivolgevano a Mariano Agate mostravano un rispetto che si riserva ai capi. Lo chiamavano ‘zu Mariano’”.

Reggio chiamava e Palermo rispondeva. E inviava in riva allo Stretto gli emissari di Riina e di Nitto Santapaola.  Come spiega il pentito Antonino Cuzzola i cui verbali dimostrano come i rapporti tra siciliani e calabresi risalgono a prima dell’attentato ai carabinieri.

Cuzzola ai pm ha raccontato le confidenze ricevute dal boss Domenico Paviglianiti di ritorno, nel 1990, da Archi: “Mi disse che era andato a Reggio per salutare i Tegano. Disse che rilevò, nella casa, in questione, che c’erano tre dei Santapaola di Catania, tre di Cosa Nostra di Palermo, gente di Riina, e tutti i Tegano a discutere. Questo per dire come erano stretti i rapporti all’epoca fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta”. Dei rapporti tra la cosca di Archi e Stefano Bontade, invece, parlò il pentito Giovanni Brusca: “A proposito di calabresi, ricordo che mio padre mi disse che era stata una guardia carceraria calabrese, contattata da amici di Stefano Bontade, che (omissis)… I De Stefano erano legati a Cosa nostra. Ricordo anche che Riina si interessò in Calabria presso i suoi amici per fare cessare gli attacchi sui cantieri della Lodigiani”. Con l’inchiesta “’ndrangheta stragista”, che nasce praticamente da un filone di “Sistemi criminali”, prende forma quello che il pentito Nino Fiume definisce il “Consorzio” che serviva “a coordinare tutte le attività illecite che si svolgevano sul territorio nazionale”. E tra queste anche “la strategia stragista dei primi anni novanta” che serviva a destabilizzare lo Stato.

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