Strage rapido 904, il processo d’appello a Totò Riina deve ripartire da capo: va in pensione il presidente della corte

Il processo d’appello a Firenze per la strage del rapido 904 che vede come unico imputato Totò Riina dovrà ricominciare da capo. La causa è l’imminente pensionamento del presidente della corte Salvatore Giardina, previsto per i primi di ottobre. Il capo dei capi era stato assolto in primo grado per l’attentato che il 23 dicembre 1984 uccise 16 passeggeri e ferì 267 persone sul treno Napoli-Milano. La sentenza d’appello era attesa nei primi giorni di settembre, dopo che la corte d’Assise d’appello di Firenze aveva deciso di riaprire l’istruttoria dibattimentale, sentendo sei testimoni tra boss di Cosa Nostra e pentiti di mafia. Testimoni che dovevano essere ascoltati proprio tra oggi, lunedì 4 settembre, e domani.

E invece la corte, nell’udienza dello stesso giorno, ha stabilito il rinvio, per consentire il completo svolgimento della nuova istruttoria, che l’attuale collegio giudicante non avrebbe potuto portare avanti. Sarà necessario risentire tutti i testimoni ascoltati in primo grado, oltre alle nuove testimonianze di Giovanni Brusca, Francesco Paolo Anzelmo, Baldassarre Di Maggio, Calogero Gangi, Giuseppe Marchese e Leonardo Messina. Secondo quanto spiegato dalla corte, il rinvio a data da destinarsi è stato disposto in virtù delle recenti modifiche apportate all’articolo 603 del codice di procedura penale – riforma Orlando – che impongono al giudice, nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento, di disporre la riapertura completa dell’istruttoria.

Per la strage del Rapido 904 ci furono a suo tempo condanne, tra cui quella di Pippo Calò, uno dei fedelissimi del boss Riina. Secondo la procura di Firenze la strage terroristica del 23 dicembre 1984, con una bomba fatta scoppiare alle ore 19.08 all’interno della grande galleria dell’Appenino tosco-emiliano a San Benedetto Val di Sambro, sarebbe stata commessa “al fine di agevolare od occultare” l’attività di Cosa Nostra per mantenere e assicurare “l’impunità degli affiliati e garantendo la sopravvivenza della stessa organizzazione”.

Il processo a Riina si era aperto nel novembre del 2014, ma dopo sei mesi di udienze la corte d’Assise fiorentina, presieduta da Ettore Nicotra, aveva assolto il capo dei capi di Cosa Nostra, indicato come mandante della strage. Secondo i giudici, nessuno tra i vari collaboratori di giustizia ascoltati come testimoni del processo “era a conoscenza che la strage fosse riconducibile a un mandato, istigazione o consenso di Riina”. Motivando la sentenza di assoluzione, la corte ha messo nero su bianco che la strage “indubbiamente giovava alla mafia, ma non ne recava la tipica impronta”.

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