Sergio Pirozzi, il sindaco con la felpa che accusa e non deve mai difendersi

Amatrice è la città martire e il suo sindaco un eroe. Tra le terre tremule quella di Amatrice è stata di gran lunga la più amata, accudita, partecipata e frequentata dagli italiani. 297 vite immolate a un terremoto terribile, il saldo cruento di una natura che dal Seicento fa ballare quel paese. Solo Firenze, ai tempi dell’alluvione, era stata destinataria di una solidarietà più larga e fattiva. E di sicuro nessun sindaco, tranne Sergio Pirozzi, può vantare una popolarità così vasta e incondizionata. Anzitutto merito suo: lui è l’uomo della felpa, altro che Salvini. E con la felpa ha attraversato l’oceano. La felpa ha ricevuto il premier canadese Justin Trudeau nella sua Montreal come ringraziamento per il dono (due milioni di dollari) fatto alla comunità. Una felpa anche ad Angela Merkel a Berlino, che ha spinto più in là i cordoni della borsa e portato a sei i milioni di dollari per rifare l’ospedale del paese distrutto.

Linguaggio essenziale, basico e patriottico. “Siamo tutti fratelli”, o – in una lieve devianza sentimentale verso destra – il sempreverde “barcollo ma non mollo” oppure, e chissà se siamo a un populismo nuovo e vigoroso: “Se mi fregano mi faccio la contea”.

Fatto sta che Pirozzi è stato l’unico a non doversi difendere da nulla ma ad accusare. Il suo paese, a cui la natura ha fornito negli anni diverse prove della sua capacità di insidiare l’uomo e le case, è senza dubbio quello che ha subito più danni e più morti. La scossa violenta è stata aggravata dal carattere delle edificazioni, nessuna delle quali ha retto alla prova. Non le case popolari, che risalgono al 1970 (diciannove persone seppellite), e secondo il pm di Rieti così male costruite che sarebbero cadute a terra “con ogni probabilità con una scossa di qualunque grado”. Né le abitazioni private le quali, secondo Patrick Coulomb, un esperto francese, erano mal progettate “con l’acciaio posizionato male e un calcestruzzo scadente”. Né quelle che hanno goduto delle provvidenze per far fronte alle lesioni dei terremoti circostanti che negli anni si sono susseguiti. Né – e il caso suscitò clamore – la scuola, per fortuna senza bimbi, che si è squagliata come crema pasticciera dopo aver ottenuto un finanziamento che in origine doveva andare a migliorare le sue condizioni statiche ed invece sembra sia stato diretto a migliorare i colori delle pareti, il sistema termico e altre incombenze, tutte necessarie e benvenute ma fuori dal raggio di azione di quella missione ricostruttiva. Mai Pirozzi si è sentito in colpa, e mai nessuno gliene ha fatto una colpa. “Noi siamo parte lesa”, ha detto. E tutto è finito lì.

Non è stato affare di Pirozzi, e davvero non c’entrava, se le casette provvisorie costano un occhio della testa, oltre mille euro a metro quadro quando al genio civile di Rieti una villa in muratura era valutata con un valore di fabbricazione non superiore agli ottocento euro a metro quadro. Né è sua responsabilità se la quantità delle macerie ritirate ancora è sotto la soglia del 10 per cento e circa quattromila tonnellate di laterizi restano in attesa.

Pirozzi non c’entra. Mai. E tre giorni fa, quando la procura di Repubblica ha comunicato che circa 120 cittadini avevano falsamente attestato la residenza ad Amatrice per ottenere i buoni contributi (e qualcuno li ha pure intascati) nessuno ha pensato: e come hanno fatto? Con false autocertificazioni. Ma le autocertificazioni dove si consegnano, chi le controlla? Forse la polizia municipale? Pirozzi, cranio rasato, sguardo severo e deciso, è sempre a mezzo metro dalla difficoltà, sempre a distanza di sicurezza. Sua l’idea di un abbuono, duecento euro in più al mese, a chi avesse deciso di rimanere ad Amatrice. Un contributo di solidarietà che da seicento euro è arrivato a ottocento e, in alcuni casi, ha anche superato la quota dei mille.

Chi mai in Italia ha ricevuto tanto? Nessuno, merito di Pirozzi. E grazie ad Amatrice la ricostruzione sarà finanziata con un onere totalmente a carico dello Stato non solo per la prima ma anche per la seconda casa e le pertinenze commerciali con quel che ne conseguirà da un punto di vista dell’espansione urbana.

Soldi, mai come in questo casi, tanti soldi. Sette miliardi di euro la previsione di spesa, a cui si aggiunge un altro miliardo e duecento milioni da parte dell’Unione europea. Un post terremoto così ricco nelle intenzioni e così balbettante nella pratica nemmeno si era mai visto. Le casette ancora da erigere, problemi nella raccolta delle macerie figurarsi nei piani di ricostruzione, con la certezza che le cubature nuove da edificare, grazie alla generosità dei contributi, sarà tale che dovranno essere spianate le gobbe delle montagne che lo circondano per fare posto alle case dei residenti e dei villeggianti, dei negozianti, presenti o ambulanti, e di ogni altra struttura comunitaria.

Ricostruzione d’oro che eguaglierà i fasti dell’Aquila che si accinge a superare quota cinque miliardi senza trovare più una comunità pronta ad abitare i palazzi che tanto faticosamente si stanno ricostruendo.

Pirozzi ha in ultimo denunciato la deviazione dei soldi raccolti con gli sms di solidarietà verso altri lidi ma non s’è ricordato di dire che lui stesso approvò l’idea di Vasco Errani, l’ex commissario, di drenare quegli aiuti per un senso di giustizia verso popolazioni ugualmente colpite ma rimaste dietro il palcoscenico televisivo del dolore e della celebrità. Pirozzi ha denunciato l’ammanco perché è vero, Amatrice è il brand forte del terremoto, ma non ha ricordato di presenziare il 17 luglio scorso alla riunione che stabiliva i criteri e la ripartizione di quei soldi.

Pirozzi è l’arcitaliano perfetto, umano ma non fesso, generoso ma pure scaltro (“se mi fregano…”) e giusto. Uomo del popolo che dà il tu a chiunque. E’ l’Alberto Sordi della politica, popolare, populista forse anche un po’ nazionalista, e la politica, riconoscendogli subito le doti, l’ha chiamato a candidarsi a presidente della Regione Lazio. E lui? Perfetto e a modo, come ogni buon politico: “Ancora non ho deciso, ma se me lo chiederà la gente…”.

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