Sabino attacca la Raggi, Travaglio lo asfalta con questo editoriale da Oscar: “Fino ad ora è vissuto sulla luna”

“Il proconsole Sabino”: di Marco Travaglio

Atterrato improvvisamente a Roma dopo un’intera vita trascorsa nello spazio intergalattico, il prof. Sabino Cassese ha scoperto e subito denunciato sul Corriere della Sera che “ora” la Capitale è “in stato di abbandono”. Ora.

“Le strade sono intransitabili a causa delle buche”. Ora. “Nei casi più gravi vengono tenute chiuse per evitare incidenti, impedendo alla gente di raggiungere le proprie abitazioni”. Ora.

“Vi sono lavori pubblici che attendono da 40 anni d’esser fatti”. Ora (da 40 anni, ma ora).

“Strade e giardini in alcuni casi sono diventati pattumiere”. Ora.

“Portici di una delle principali basiliche intransitabili perché vi sono persone accampate”. Ora. “I trasporti pubblici non funzionano”. Ora.

“Gli amministratori locali vivono sulla luna” (dove lui è vissuto fino all’atterraggio dell’altroieri e li incontrava spesso), “invece di girare per le strade e constatare in che condizioni sono”. Beninteso: “Questo degrado non è cominciato oggi” (ora), “ma si è ora improvvisamente accelerato”. Ora.

Per fortuna il nostro extraterrestre – casualmente omonimo dell’ex ministro, ex barone universitario, ex giudice costituzionale, ex collezionista di poltrone, ex corazziere di Re Giorgio I e II di Borbone e “saggio” ricostituente Sabino Cassese – ha “un piano” (è venuto giù apposta, ora). Un piano “straordinario” che “impegni tutto il Paese” (se no non se ne fa niente). “In tre punti”

1) “Affidare le funzioni di rappresentanza a una persona diversa dal sindaco”, perché il primo problema di Roma è che il sindaco “deve ricevere capi di Stato, visitare pontefici, accompagnare personalità straniere”, e questo lo “assorbe” e soprattutto lo “vizia”. In effetti, com’è noto, il guaio della Capitale non sono i 15 miliardi di debiti ereditati dalle precedenti amministrazioni, le municipalizzate allo sfascio, la macchina comunale infestata di inquisiti e fannulloni, decenni di appalti senza gara regalati ai soliti palazzinari che si disegnavano pure i piani regolatori su misura, le casse vuote di soldi e gli armadi pieni di pratiche inevase (5 milioni solo di richieste di condono edilizio). Il guaio, oltre ai milioni di romani che non riescono più a rincasare la sera perché trovano le strade chiuse, è che il sindaco deve incontrare e spupazzare i capi di Stato, che lo distraggono e lo viziano.

2)Commissariare il sindaco, purtroppo eletto un anno fa dal 67% dei cittadini, e mettergli “accanto” o sopra un “gestore”, tipo “un ministro senza portafoglio” (sennò gli rubano anche quello), scelto dai partiti sconfitti alle elezioni o dallo stesso Cassese, “che faccia sentire in città gli interessi del Paese”. Perbacco.

Ma un proconsole non basta. Tutt’intorno alla Raggi, insieme al filo spinato, verrà schierato “un organismo tecnico che dia attuazione a questi interessi” (quali, è inutile precisarlo). Massì, basta con questa bizzarria chiamata “democrazia” (chissà chi l’avrà inventata, poi), dove la gente sceglie addirittura da chi vuol essere governata e poi, dopo cinque anni, sceglie liberamente se premiarlo o se punirlo. Questi sono concetti polverosi, superati. Molto meglio una bella dittatura o – se proprio vogliamo esagerare – un’oligarchia temperata dall’aristocrazia. Virginia fatti più in là, fatece largo che passamo noi, li giovanotti de ‘sta Roma bbella, semo ragazzi fatti cor pennello e le ragazze famo ‘nnammora’. E il proconsole Sabino, modestamente, lo nacque.

3) “Riconoscere che l’evidente incapacità amministrativa dei Cinque Stelle danneggia romani e italiani e che quindi vanno aiutati”. Come? “Prestando alla città una ventina di sperimentati amministratori pubblici, capaci di costituire, con l’esempio, focolai di buona gestione, riconoscendo che per fare il buon amministratore non basta essere un politico onesto”. E questa, diciamolo, è la parte più agevole del piano straordinario in tre punti. Di sperimentati amministratori pubblici capaci di costituire, con l’esempio, focolai di buona gestione ne abbiamo a bizzeffe: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Basta estrarli a sorte nei partiti o nei ministeri che gestiscono così bene l’Italia dalla notte dei tempi e che infatti nessun Cassese ha mai messo in discussione, essendosi sempre guardato – prima di “ora” – dal definirli “incapaci” o di proporre piani straordinari in tre punti per salvare l’Italia o Roma abolendo la democrazia.

Senz’andare troppo indietro nel tempo, ché poi si rischia di trovarli già tutti morti, basta concentrarsi sui capacissimi protagonisti degli ultimi governi: Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, tutti molto amati dal professor Cassese, anche per la presenza di molti suoi allievi e amichetti, sotto l’egida dei suoi due spiriti-guida Mattarella e soprattutto Napolitano. Tutta gente in gamba, che dal 2011 a oggi è riuscita a portare il debito pubblico da 1.897 a 2.281 miliardi, mica bruscolini. Che sta regalando all’Italia l’invidiabile record della minor crescita dell’Eurozona alle spalle di Belgio e Grecia, oltre alla maggior disoccupazione (soprattutto giovanile), ai più bassi investimenti esteri, alla più alta evasione fiscale e alla più rigogliosa corruzione. Che riesce ogni anno nell’impresa di far fuggire all’estero migliaia di ricercatori, imprenditori e pensionati, importando in compenso eserciti di criminali da tutto il mondo (come se non bastassero i nostri). Che obbliga – unico paese al mondo – i bambini a spararsi 10 vaccini tutti insieme, ma poi i vaccini non si trovano e non si sa se e come inaugurare l’anno scolastico, però nelle Asl e nelle farmacie ci si diverte un mondo con la caccia al tesoro. Che schiera al Parlamento e al governo un centinaio tra inquisiti e condannati, senza contare i sindaci, i governatori e gli assessori. Che mette all’istruzione una falsa laureata, peraltro circondata da uno stuolo di altri ministri incompetenti. Che giura sulla saldezza del sistema bancario italiano quando lo Stato potrebbe intervenire e poi, quando non può più per il bail-in, scopre che una decina di istituti sono al collasso. Che manda in giro per il mondo un Angelino Alfano travestito da ministro degli Esteri, tra le risate generali. Che si fa menare per il naso addirittura dal regime egiziano coinvolto nel delitto Regeni e, per premio, gli rimanda indietro l’ambasciatore.

Fare i nomi di tutti questi sperimentati amministratori pubblici capaci di costituire, con l’esempio, focolai di buona gestione sarebbe impossibile, perché sono troppi. Ma si potrebbe cominciare dagli amici e allievi del prof. Cassese, che intarsiano e impreziosiscono il ministero della Pubblica amministrazione: dalla ministra Marianna Madia, che tutto il mondo ci invidia (e, fra l’altro, bisognerebbe approfittarne), quella della tesi di dottorato copiata, ai superconsulenti e figli d’arte Giulio Napolitano e Bernardo Giorgio Mattarella, coautori della leggendaria “riforma” della PA, purtroppo smontata pezzo per pezzo dalla Consulta, dal Consiglio di Stato e dal Tar dell’Abruzzo perché scritta coi piedi e in parte incostituzionale. Ma perché limitarsi a questi due giganti del pensiero? Tutti gli altri, sentendosi trascurati, si offenderebbero. Contributi eccelsi potrebbero fornire, per esempio, gli autori del Codice degli appalti, pieno di svarioni e boiate che ha sortito l’unico risultato di bloccare gli appalti; del decreto Banche popolari, bocciato dal Consiglio di Stato perché illegittimo; e così via. Ma il più sperimentato amministratore pubblico capace di costituire, con l’esempio, focolaio di buona gestione, è proprio il prof. Cassese. Schivo com’è, non lo dirà mai, ma era lui che giurava sulla legittimità costituzionale dell’Italicum, poi purtroppo raso al suolo dalla Consulta. Ed era sempre lui che invitava a votare Sì al referendum per risparmiare all’Italia un’immensa serie di cataclismi che vi si sarebbero abbattuti in caso di vittoria del No, e che poi inspiegabilmente nessuno ha visto. Quindi, poche ciance: il prof. Marziano non faccia il modesto e si autonomini immantinente proconsole unico di Roma. Con pieni poteri. In uniforme. A cavallo.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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