Politica – Il Fatto Quotidiano

Politica – Il Fatto QuotidianoSicilia, 40 giovani del Pd lasciano il partito e vanno con Fava. Che accusa Musumeci: “Con lui quanti gli ex di Cuffaro?”Raggi, Bergamo (Vice sindaco): “Niente autosospensione. Importante è che magistrati abbiano certificato che non c’è abuso”Renzi è il leader che D’Alema non è mai riuscito ad essere. Qualcuno glielo dicaRaggi, Bonafede (M5S): “Non si deve autosospendere. Accusa di Falso? Non richiede valutazione etica”Raggi, il silenzio di De Vito. Di Biase (PD) attacca: “Codice etico M5S modificato a uso e consumo della sindaca”Scanzi vs Meloni (FdI): “Senza Berlusconi prendete il 5%, non andate da nessuna parte”. “Io non ci sto”Minniti, Scanzi: “L’anomalia è che ad Atreju venga applaudito, non che sia fischiato”. E Meloni (Fdi) battibecca con GruberCodice antimafia, Brunetta (FI): “Un abominio giuridico, pericolo per aziende e attività”Virginia Raggi, chiesto rinvio a giudizio per falso. Grillo: “Soddisfatto, via il reato più grave”. Pd: “Noi sempre garantisti”Sergio Pirozzi, il sindaco con la felpa che accusa e non deve mai difendersiCommissione inchiesta banche, Boschi: “Possibile audizione di Ghizzoni? Non abbiamo alcun timore”‘Ndrangheta a Seregno, si dimettono Lega e Forza Italia: caduta la giuntaOrfini: “Centrosinistra impossibile con Bersani e D’Alema. Stanno provando a fare una nuova Rifondazione”Ius soli, Boschi dice addio alla legge: “Non ci sono i numeri, ci riproveremo”. E attacca D’Alema e RaggiPd, sulla terrazza del Nazareno dibattito in stile Forza Italia: Giuliano Ferrara parla dell’incubo della Repubblica giudiziariaCommissione inchiesta banche, Orfini (Pd): “Casini? Una bella soddisfazione. Valuteremo se ascoltare Ghizzoni”Codice Antimafia, via libera definitivo alla Camera ma il governo dovrà ‘monitorare’ il nuovo sequestro di beni a corrottiCommissione inchiesta banche, Villarosa (M5s): “Elezione Casini? Nessun rispetto per l’intelligenza degli italiani”Mantovani imputato per corruzione nella Sanità nominato nella commissione che in Regione si occupa dello stesso settoreCommissione inchiesta banche, Casini esorta i colleghi: “Dovremo lavorare anche il lunedì e il venerdì”. E ai cronisti non rispondeLegge elettorale, Toninelli (M5s): “Una schifezza incostituzionale, ci sarà anche la lista Forza Dudù”M5s, gli espulsi: “Noi più famosi di Di Maio: per cacciarci votarono più persone”Bertinotti contro Renzi: “Dice che ho fatto vincere la destra? E’ giovane, non è tenuto a studiare”Banche, Casini eletto presidente della commissione d’inchiesta. Disse: “Farla è demagogia, rischiosa propaganda”Renzi, Travaglio: “Dice le stesse cose di due anni fa. E’ come se lo avessero ibernato e poi scongelato”

http://www.ilfattoquotidiano.it News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia Thu, 28 Sep 2017 14:31:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/28/sicilia-40-giovani-del-pd-lasciano-il-partito-e-vanno-con-fava-che-accusa-musumeci-con-lui-quanti-gli-ex-di-cuffaro/3883261/ http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/28/sicilia-40-giovani-del-pd-lasciano-il-partito-e-vanno-con-fava-che-accusa-musumeci-con-lui-quanti-gli-ex-di-cuffaro/3883261/#respond Thu, 28 Sep 2017 14:24:07 +0000

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Quaranta esponenti dei Giovani Democratici non rinnovare la tessera e lasciano il Pd. Il motivo? Alle elezioni regionali del prossimo 5 novembre sosterranno Claudio Fava, candidato di Mdp e di Sinistra Italiana. “Siamo ormai stanchi della linea politica del Pd e non convinti del clima che vi si respira all’interno, specie nella realtà catanese, dove […]

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Quaranta esponenti dei Giovani Democratici non rinnovare la tessera e lasciano il Pd. Il motivo? Alle elezioni regionali del prossimo 5 novembre sosterranno Claudio Fava, candidato di Mdp e di Sinistra Italiana. “Siamo ormai stanchi della linea politica del Pd e non convinti del clima che vi si respira all’interno, specie nella realtà catanese, dove il peso delle correnti e delle segreterie politiche ha soffocato il dibattito interno e reso il partito un vuoto contenitore lontano dai bisogni e dalle esigenze delle persone”, dicono i transfughi guidati da Federica Barbato, segretaria Gd di Pedara, e da Salvatore Trovato, responsabile università dei Gd di Catania e candidato al Senato Accademico alle ultime elezioni universitarie. Con loro, ragazzi e ragazze provenienti da più comuni della provincia etnea .

“Oggi – continuano – il Pd è un ambiente chiuso e diviso, dove si decide senza discutere, ormai estraneo al contesto politico e sociale. Nel nostro territorio poi la situazione raggiunge il colmo: si è ridotto a sigla vuota, dove i capi correnti più che a compagni di partito si atteggiano a rappresentanti di sottopartiti correntizi in lotta fra di loro”. E mentre a Catania i giovani lasciano i dem e il patto con Angelino Alfano, a Palermo anche qualche politico più esperto compie lo stesso percorso. Si tratta di Pino Apprendi, consigliere regionale uscente, che ha lasciato i dem per sostenere il candidato governatore dei bersaniani.  “La Sicilia è arretrata su tutto, soprattutto sul fronte del lavoro e dei rifiuti. Per questo metto a disposizione della lista ‘Cento passì la mia storia e la mia esperienza, candidandomi nel collegio di Palermo”, dice Apprendi criticando il governo di Rosario Crocetta

E nella giornata in cui raccoglie nuovi sostenitori, Fava va invece all’attacco di quello che sembra il favorito per sedersi sulla poltrona di governatore: Nello Musumeci del centrodestra. “Fa sapere Musumeci  – dice il candidato di Mdp – di non avere mai fatto alleanze in Sicilia con Cuffaro e Lombardo e di essere un uomo assolutamente libero. Noi, a questo punto, vorremmo che ci aiutasse a comprendere la risposta che gli ha dedicato lo stesso Cuffaro. Dica Musumeci quindi se l’esperienza di governo di Cuffaro e di Lombardo è così presente e in modo autorevole nelle sue liste. Mani così fortemente legate non servono al buon governo della Sicilia”. Nel frattempo, proprio Musumeci incassa l’appoggio di Vittorio Sgarbi, che ha ritirato la sua candidatura. “Accolgo l’invito del presidente Musumeci espresso nelle forme e nei modi più rispettosi e civili, con vera ansia di raggiungere obiettivi comuni”, dice il critico d’arte, al quale il candidato di centrodestra aveva chiesto di unirsi al suo progetto politico e a non disperdere le forze.

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“Autosospensione dopo la richiesta di rinvio a giudizio per falso? No, non mi pare che la sindaca abbia pronunciato quella parola, quindi…”.  Così ha tagliato corto il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, entrando in Campidoglio. “L’importante è che i magistrati abbiano ritenuto che non c’è stato alcun abuso. Ritengono che una dichiarazione sia meritevole di […]

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Autosospensione dopo la richiesta di rinvio a giudizio per falso? No, non mi pare che la sindaca abbia pronunciato quella parola, quindi…”.  Così ha tagliato corto il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, entrando in Campidoglio. “L’importante è che i magistrati abbiano ritenuto che non c’è stato alcun abuso. Ritengono che una dichiarazione sia meritevole di successivi percorsi, faranno le loro valutazioni. Ma sono sicuro che verrà riconosciuta la legittimità di ciò che la sindaca ha fatto”, ha concluso.

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Che l’essersi smarcati dal Pd per fondare Mdp fosse una mossa per affossare Renzi e poi lanciare un’Opa dall’esterno sul Partito democratico è una cosa che in molti, renziani (come Rosato, per esempio) e non, hanno sempre sostenuto. Ora esce una nuova intervista di Massimo D’Alema con Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, e quando […]

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Che l’essersi smarcati dal Pd per fondare Mdp fosse una mossa per affossare Renzi e poi lanciare un’Opa dall’esterno sul Partito democratico è una cosa che in molti, renziani (come Rosato, per esempio) e non, hanno sempre sostenuto. Ora esce una nuova intervista di Massimo D’Alema con Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, e quando D’Alema parla sono tutti a prendere appunti. Intanto sono bordate all’indirizzo di Renzi, reo di non essere mai stato di sinistra e di non ‘entrarci nulla’ con la tradizione della sinistra. E fin qui, mi pare si possa condividere. Tuttavia, nell’intervista D’Alema alla domanda di Cazzullo “Ma con il Pd non dovrete trovare qualche forma di accordo?” risponde “Non mi pare ci siano le condizioni per andare alle elezioni insieme. C’è distanza sul programma e nel giudizio su quel che è accaduto in questi anni. Nessuno capirebbe un accordo in queste condizioni e gli elettori non ci seguirebbero. Presentarsi uniti nei collegi potrebbe essere un disastro”.

Così, poco dopo, si sente in dovere di inviare una lettera al Corriere per puntualizzare che “Io non ho detto ‘mai con il Pd’ […] non ci sono, oggi, le condizioni politiche e programmatiche per presentarci insieme alle elezioni […] Tuttavia non credo affatto che si debba rinunciare in prospettiva ad un dialogo con il Pd per dar vita, in futuro, a un centrosinistra radicalmente innovativo”, nel quale i programmi e la leadership siano in forte discontinuità col Pd a trazione renziana. In altri termini, l’alleanza con il Pd sarebbe auspicabile se il partito non fosse più guidato da Renzi, e se cambiasse orientamento politico spostandosi a sinistra. Orbene, sul primo punto, si torna a quanto detto sopra: non “mai col Pd”, ma senz’altro “mai con Renzi”.

Guerra personale? Opposti narcisismi, come ha detto Fulvio Abbate ieri a Linea Notte? Non lo so: vale sempre la Goldwater rule, che impone agli psichiatri di non esprimersi sui politici in termini clinici? E tuttavia, non essendo psichiatri, possiamo forse azzardare una lettura da psicologia da marciapiede, confermata da una valanga di sintomi: D’Alema e Renzi si odiano. Il punto è: perché? Ecco, qui interviene il secondo corno della questione: un Pd che guardi a sinistra, dice D’Alema. Ma come, dopo anni in cui D’Alema ha sostenuto lo spostamento a destra dell’asse politico, oggi si scopre tendente a sinistra, e persino un po’ movimentista e finanche populista?

Mdp, in fondo, non sembra una formazione in radicale discontinuità culturale e politica col renzismo, di cui i recenti fuoriusciti hanno avallato, quando ancora erano insieme sotto il tetto del Partito democratico (anche con Renzi regnante), tutte le politiche. E non c’era bisogno che arrivasse Renzi per inaugurare le politiche che oggi invece vengono bollate come di ‘destra’. Ed eccoci al punto: in fondo, Renzi è il leader che D’Alema non è riuscito a essere. Renzi si è dimostrato, in qualche misura, un vincente, mentre sulle vittorie di D’Alema ha ironizzato perfino l’allenatore della Roma Eusebio Di Francesco. Renzi è stato – mutatis mutandis, certo – il Craxi (o il Blair, se preferite) che D’Alema avrebbe voluto essere e non è stato. Certo Renzi lo è stato fuori tempo massimo, quando il blairismo era già finito da tempo. Disarcionare Renzi dunque, ecco l’obiettivo.

Enrico Letta era politicamente e culturalmente così diverso da Renzi? Non direi, eppure le politiche di Letta, o di Monti, andavano bene, quelle di Renzi no. Ringalluzzirsi di fronte alle bordate dalemiane è una magra consolazione: il dalemismo di ritorno di molti orfani della sinistra deve fare i conti col fatto che le politiche di Mdp non sarebbero affatto diverse da quelle dell’(ex) golden boy di Rignano sull’Arno. Cambiare fantino, certo, ma per fare cosa? E non si tratta, appunto, di buttarla sul personale: qui la questione è tutta politica. Come da tempo si lamentano quelli più a sinistra dei fuoriusciti (in sostanza Anna Falcone e Tomaso Montanari), siamo di fronte a un balletto di alleanze con il solo scopo di finire in braccio al Pd dopo aver cambiato il suo segretario. Ma le politiche, le culture, le visioni, restano sostanzialmente identiche. Tanto più che D’Alema è per il proporzionale, esattamente la legge che consentirebbe (come ho scritto) le alleanze post-voto. E per favore non tirate fuori Corbyn e l’idea che si vinca al centro, perché Corbyn stesso lo ha spiegato: è il centro a essersi spostato dopo la crisi. Mentre il dalemismo di ritorno riporta il centro esattamente dove lo avevamo lasciato 15 anni fa.

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“La Raggi non si deve autosospendere dal M5S. Il fatto importante di oggi è che i Pm che indagavano sulla vicenda Romeo (per cui il Sindaco di Roma era indagata per abuso di ufficio), hanno chiesto l’archiviazione. Sulla vicenda del falso di atto pubblico, Virginia Raggi continuerà ha portare avanti le sue ragioni. Noi siamo […]

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“La Raggi non si deve autosospendere dal M5S. Il fatto importante di oggi è che i Pm che indagavano sulla vicenda Romeo (per cui il Sindaco di Roma era indagata per abuso di ufficio), hanno chiesto l’archiviazione. Sulla vicenda del falso di atto pubblico, Virginia Raggi continuerà ha portare avanti le sue ragioni. Noi siamo il M5S e ci fidiamo della magistratura. Alfonso Bonafede, così commenta a caldo le decisioni prese dalla Procura di Roma su Virginia Raggi.

Grave l’accusa per false per un Movimento che ha fatto dell’onestà la propria bandiera? “La richiesta di rinvio a giudizio per falso nei confronti della Raggi non richiede in questo momento una valutazione grave dal punto di vista etico – afferma il deputato pentastellato, che assieme a Riccardo Fraccaro, coordina l’attività della Giunta Capitolina e che aggiunge – se c’è il rischio che un processo ad un esponente di spicco del M5S, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche, diventi una zavorra? Noi non facciamo calcoli elettorali. Il Garante (Beppe Grillo, ndr) fa le sue valutazioni etiche su quello che viene contestato, noi andiamo avanti”.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3883063
Soltanto un sorriso, ma nessun commento da parte della sindaca di Roma Virginia Raggi all’uscita dal Campidoglio, dopo la richiesta da parte della procura di Roma di rinvio a giudizio per l’accusa di falso in merito alla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele, alla direzione Turismo del Campidoglio. “Chiarirò”, ha spiegato lei via Facebook, sottolineando la sua […]

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Soltanto un sorriso, ma nessun commento da parte della sindaca di Roma Virginia Raggi all’uscita dal Campidoglio, dopo la richiesta da parte della procura di Roma di rinvio a giudizio per l’accusa di falso in merito alla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele, alla direzione Turismo del Campidoglio. “Chiarirò”, ha spiegato lei via Facebook, sottolineando la sua soddisfazione invece per la richiesta di archiviazione per il reato di abuso d’ufficio. 

Anche il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito preferisce il silenzio, di fronte alle domande sull’ipotesi di autosospensione di Raggi, in attesa del giudizio. Ma gli attacchi arrivano dal Pd capitolino: “Se ci aspettiamo l’autosospensione? Il codice etico M5S è stato modificato a uso e consumo della sindaca. Noi abbiamo chiesto invano che Raggi venisse a riferire in Aula sulla tenuta dell’amministrazione. Ma siamo colpiti dal suo silenzio. Ora ci auguriamo che al più presto si concluda l’iter processuale, perché Roma non ne può più di questa indeterminatezza”, ha attaccato la capogruppo dem Michela di Biase. 

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Polemica concitata a Otto e Mezzo (La7) tra il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, e la deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Scanzi ricorda l’ospitata di Silvio Berlusconi alla festa di Atreju sette anni fa: “Nel settembre del 2010 Berlusconi in quell’incontro, con una Meloni un po’ imbarazzata, inanellò una quantità di volgarità […]

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Polemica concitata a Otto e Mezzo (La7) tra il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, e la deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Scanzi ricorda l’ospitata di Silvio Berlusconi alla festa di Atreju sette anni fa: “Nel settembre del 2010 Berlusconi in quell’incontro, con una Meloni un po’ imbarazzata, inanellò una quantità di volgarità inaudite. Sono passati sette anni e Salvini e Meloni dicono sempre la stessa formula: ‘Serve un centrodestra nuovo, serve un centrodestra indipendente’. E siamo sempre lì. Senza Berlusconi non vanno da nessuna parte. Ma, dopo tutto questo casino, ancora siete lì a chiedere a Berlusconi di salvarvi, perché altrimenti non si va da nessuna parte?”. “Io non so quando l’ha sentita questa frase” – replica Meloni – “io non l’ho mai detta”. “Non l’avrà mai detta, ma è un dato di fatto” – ribatte Scanzi – “Che fa senza Berlusconi? Prende il 5%?”. “E chi l’ha detto che prendo il 5%?” – chiede la deputata – “Ma lo capite che è anche il racconto dell’Italia come viene fatto?”. “Macché racconto, sono sondaggi” – controbatte il giornalista – “Che prende, il 30% ora? Non faccia come Alfano che diceva che avrebbe preso il 10% e invece ha avuto il 3%. I numeri sono quelli, Meloni, su. Salvini sta al 10-11% e lei sta al 5%”. “Io non ci sto”, ribadisce la parlamentare. “E non ci sta, ma allora non stiamo all’aritmetica”, commenta Scanzi. Giorgia Meloni spiega che alle elezioni amministrative di Roma i sondaggi la davano perdente rispetto ad Alfio Marchini e la realtà si rivelò diversa. “Ma lei sa che a Roma ha un peso appena superiore rispetto a quello che ha nel resto d’Italia”, commenta Scanzi, che ribadisce l’importanza dell’alleanza con Berlusconi. “E va bene, in tanti non vanno da nessuna parte senza Berlusconi, ma io almeno ci provo”, replica Meloni. “Sì, ma state sempre lì”, riafferma Scanzi

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Battibecco a Otto e Mezzo (La7) tra la deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e la conduttrice del talk show politico, Lilli Gruber, sulla partecipazione del ministro dell’Interno Marco Minniti alla festa di Atreju. Gruber chiede a Meloni il motivo per cui il ministro è stato fischiato per le sue frasi antifasciste. La parlamentare smentisce: […]

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Battibecco a Otto e Mezzo (La7) tra la deputata di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e la conduttrice del talk show politico, Lilli Gruber, sulla partecipazione del ministro dell’Interno Marco Minniti alla festa di Atreju. Gruber chiede a Meloni il motivo per cui il ministro è stato fischiato per le sue frasi antifasciste. La parlamentare smentisce: “No, non l’hanno fischiato per quel motivo, ma per la sua difesa della legge Fiano”. “Però l’hanno fischiato quando ha detto quella frase sul fascismo”, replica Gruber. “No, guardi, io c’ero. Lei no. Mi perdoni” – ribatte, piccata, Meloni – “Vorrei ricordare che il ministro della Giustizia Orlando, cioè uno che dovrebbe sapere di cosa parla, neanche tre giorni fa mi ha dato della fascista. A me fa molta paura la legge Fiano, che è in realtà la classica coperta di Linus della sinistra. Quando la sinistra in Italia arriva oltre la frutta, scomoda l’antifascismo. E pensa che la gente caschi in queste cose”. “L’antifascismo è un valore sacro” – osserva Scanzi, mentre Meloni fa un sorriso sarcastico – “Vorrei far notare che quando ad Atreju va un ministro del Pd, l’anomalia è che non venga fischiato. Sembrava quasi strano che fosse stato fischiato. Rendiamoci anche conto dell’ulteriore paradosso che c’è in questo periodo storico, secondo cui il ministro del Pd ha ricevuto sostanzialmente grandi applausi”. Meloni dissente, ma Scanzi ribadisce: “Trovo paradossale e surreale l’idea che il Pd per arginare la destra fa spesso cose simili a quelle che fa la destra. In ogni caso, a me piacerebbe chiedere alla Meloni anche cosa vuole fare da ora in poi”. Poi si pronuncia sulla legge relativa allo Ius Soli, affossata prima di nascere: “Credo che sia innegabile: è una vittoria del centrodestra e addirittura, forse per la prima volta nella sua vita, è una vittoria di Alfano. Sarà lì tutto confuso ora. Io la trovavo una legge magari migliorabile, ma sacrosanta. Quindi, non ho condiviso né il centrodestra, né il M5S. Io ricordo che scrissi un libro su Beppe Grillo nel 2008 e tra le cose che non mi piacevano di Grillo, c’era al primo posto la sua contrarietà allo Ius Soli”

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“Sono preoccupato per la democrazia nel nostro paese perché il provvedimento approvato ieri è un abominio giuridico: si potranno confiscare beni dopo semplice attività istruttoria e si estenderanno a semplici cittadini normative in vigore per contrastare i mafiosi. È troppo, sono in pericolo aziende e attività e in campagna elettorale daremo battaglia su questo perché […]

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“Sono preoccupato per la democrazia nel nostro paese perché il provvedimento approvato ieri è un abominio giuridico: si potranno confiscare beni dopo semplice attività istruttoria e si estenderanno a semplici cittadini normative in vigore per contrastare i mafiosi. È troppo, sono in pericolo aziende e attività e in campagna elettorale daremo battaglia su questo perché c’è un’evidente limitazione di libertà”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera.

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Beppe Grillo si dice “soddisfatto perché il reato più grave è in via d’archiviazione”, il Pd romano all’attacco chiede “quali decisioni sarà in grado di prendere ora la sindaca”. Intanto i dem del nazionale ci tengono a ribadire di essere “garantisti anche con gli avversari”. La notizia della richiesta per Virginia Raggi di archiviazione della […]

L’articolo Virginia Raggi, chiesto rinvio a giudizio per falso. Grillo: “Soddisfatto, via il reato più grave”. Pd: “Noi sempre garantisti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Beppe Grillo si dice “soddisfatto perché il reato più grave è in via d’archiviazione”, il Pd romano all’attacco chiede “quali decisioni sarà in grado di prendere ora la sindaca”. Intanto i dem del nazionale ci tengono a ribadire di essere “garantisti anche con gli avversari”. La notizia della richiesta per Virginia Raggi di archiviazione della duplice accusa di abuso d’ufficio e di rinvio a giudizio per falso riapre le polemiche in Campidoglio. Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa il garante ha detto che è “contento” che la prima cittadina “sia riuscita a dimostrare la sua innocenza”. Non ha invece detto nulla in merito alla richiesta di rinvio a giudizio per falso per la nomina di Renato Marra. Secondo il nuovo codice etico, la sindaca non incorre automaticamente in nessuna sanzione (espulsione o sospensione) fino all’eventuale condanna in primo grado. I garanti e il collegio dei probiviri possono però intervenire in qualsiasi momento e alla luce di valutazioni sul caso, come al tempo stesso la prima cittadina può decidere di autosospendersi. Per il momento non è stata valutata nessuna di queste opzioni.

Intanto in tarda mattina sono iniziate le tensioni in Aula tra i consiglieri del Pd e il presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito (M5s). La capogruppo del Pd Michela Di Biase, durante i lavori sul piano di razionalizzazione delle partecipate, ha tentato di fare un richiamo al regolamento per interrompere i lavori assembleari. Ma De Vito ha definito “inammissibile il richiamo. Ho ben capito che piega si vuol far prendere a questa discussione – ha detto – e non lo consento”. Di qui le rimostranze di un gruppo di consiglieri dem, con alcune urla che si sono levate in Aula. “Volevamo chiedere, a fronte della richiesta di rinvio a giudizio, di interrompere i lavori d’Aula per un confronto con le forze di maggioranza”, ha spiegato poi, a margine, Di Biase. In Assemblea, successivamente, il consigliere dem Orlando Corsetti è intervenuto esprimendo “fortissima preoccupazione per le notizie che stanno arrivando…”. “No, consigliere, non divaghiamo”, lo ha bloccato nuovamente De Vito. “Lei deve smetterla di fare il professorino – la risposta di Corsetti – la mia preoccupazione, stavo dicendo, era in relazione all’azienda Ama”

Raggi: “Fango mediatico su di me”. M5s in difesa della sindaca: “Fiducia nella magistratura”
La sindaca di Roma ha scelto Facebook per commentare la notizia. E se sull’accusa di falso ha detto: “Sono convinta che presto sarà fatta chiarezza anche sull’accusa di falso ideologico”. Mentre sulle richieste di archiviazione per l’abuso d’ufficio ha dichiarato: “Apprendo con soddisfazione”, ha scritto in un post pochi minuti dopo, “che, dopo mesi di fango mediatico su di me e sul Movimento 5 stelle, la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d’ufficio. Secondo i pm di Roma ho rispettato la legge nella scelta del capo della segreteria politica e del dirigente al dipartimento Turismo ed è stata chiesta l’archiviazione per ambedue le ipotesi di reato”. Quindi ancora: “Per la Procura ho seguito tutte le norme. Non ci sarebbe mai stata alcuna promozione che non doveva essere fatta come volevano far credere Pd e destra. Non avrei commesso alcun reato per la nomina di Salvatore Romeo: non c’è mai stato alcun ingiusto aumento dello stipendio. Un’accusa infamante riportata per mesi dai giornali e cavalcata dall’opposizione nel tentativo di screditare me ed il MoVimento 5 Stelle. Così come non ci sarebbe alcun abuso nella nomina di Renato Marra”. Secondo Raggi, ora media e opposizioni le devono delle scuse: “Lo ripeto: ritengo di aver agito secondo la legge. Dopo mesi di indagine, lo attesta la stessa magistratura inquirente. Per mesi i media mi hanno fatta passare per una criminale, ora devono chiedere scusa a me e ai cittadini romani”. In difesa della sindaca è intervenuto anche il deputato M5s Alfonso Bonafede, uno dei parlamentari mandati a commissariare il Campidoglio dopo i problemi dovuti tra le altre cose all’inchiesta nomine. “Dopo mesi di fango da parte della stampa su Virginia Raggi sono contento che i pm abbiano richiesto l’archiviazione sia per la questione Romeo sia per l’ipotesi di abuso d’ufficio. Noi siamo il Movimento 5 stelle e come sempre abbiamo fiducia nella magistratura”, ha detto all’Adnkronos. “La stampa – è il monito del parlamentare 5 Stelle – dovrebbe riflettere sui chilometri di giornale con cui ha infangato in maniera indecente la sindaca Raggi”.

Orfini: “Siamo garantisti anche con gli avversari”. La consigliera Baglio: “Quali decisioni prenderà ora?”
Chi ha messo le mani avanti è il Pd che, ci ha tenuto a specificare, non commenta le decisioni della magistratura. “Siamo un partito garantista”, ha detto in tutta fretta il presidente del Pd Matteo Orfini, “lo siamo anche nei confronti dei nostri avversari a differenza di ciò che loro fanno con noi”. Più fredda la reazione della consigliera capitolina del Pd Valeria Baglio: “Subirà un processo la Sindaca della nostra città. Con questa novità Roma torna indietro di oltre un quarto di secolo, ai tempi di Carraro Sindaco e ancora prima ai tempi di Nicola Signorello, alla fine degli anni ’80 a processo anche lui per falso. Il ritorno di quel periodo non certo esaltante viene accolto dalla prima cittadina perfino con un sospiro di sollievo, per la cancellazione del reato di abuso d’ufficio. Come se quello per falso fosse un reato meno grave! Roma e i romani non meritano tutto questo e non meritano neppure ora un processo. Senza entrare nelle vicende strettamente giudiziarie, il giudizio – e duro – è su quali scelte politiche la prima cittadina sarà da oggi in grado di portare avanti, in una città completamente allo sbando”.

Salvini e Fassina: “Si dimetta per incapacità”
Dalle altre forze di opposizione invece arriva la stessa richiesta: la sindaca faccia un passo indietro per “incapacità”. Lo ha detto l’ex dem Stefano Fassina, ma anche il leader del Carroccio Matteo Salvini. “Il problema della Raggi non sono le inchieste”, ha detto il leghista, “dalle quali le auguriamo di uscire presto e nel migliore dei modi, ma l’assoluta incapacità dimostrata al governo della città che è in uno stato di totale incuria e abbandono. Roma è in una condizione di degrado unica e intollerabile, mai vista prima ed esprimo, anche io che dissi a suo tempo che avrei votato la Raggi, la completa delusione per la sua gestione della città. Per questo dovrebbe dimettersi e non per le polemiche, gli abbandoni, i litigi e le inchieste, nelle quali non entriamo nel merito”.

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Amatrice è la città martire e il suo sindaco un eroe. Tra le terre tremule quella di Amatrice è stata di gran lunga la più amata, accudita, partecipata e frequentata dagli italiani. 297 vite immolate a un terremoto terribile, il saldo cruento di una natura che dal Seicento fa ballare quel paese. Solo Firenze, ai […]

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Amatrice è la città martire e il suo sindaco un eroe. Tra le terre tremule quella di Amatrice è stata di gran lunga la più amata, accudita, partecipata e frequentata dagli italiani. 297 vite immolate a un terremoto terribile, il saldo cruento di una natura che dal Seicento fa ballare quel paese. Solo Firenze, ai tempi dell’alluvione, era stata destinataria di una solidarietà più larga e fattiva. E di sicuro nessun sindaco, tranne Sergio Pirozzi, può vantare una popolarità così vasta e incondizionata. Anzitutto merito suo: lui è l’uomo della felpa, altro che Salvini. E con la felpa ha attraversato l’oceano. La felpa ha ricevuto il premier canadese Justin Trudeau nella sua Montreal come ringraziamento per il dono (due milioni di dollari) fatto alla comunità. Una felpa anche ad Angela Merkel a Berlino, che ha spinto più in là i cordoni della borsa e portato a sei i milioni di dollari per rifare l’ospedale del paese distrutto.

Linguaggio essenziale, basico e patriottico. “Siamo tutti fratelli”, o – in una lieve devianza sentimentale verso destra – il sempreverde “barcollo ma non mollo” oppure, e chissà se siamo a un populismo nuovo e vigoroso: “Se mi fregano mi faccio la contea”.

Fatto sta che Pirozzi è stato l’unico a non doversi difendere da nulla ma ad accusare. Il suo paese, a cui la natura ha fornito negli anni diverse prove della sua capacità di insidiare l’uomo e le case, è senza dubbio quello che ha subito più danni e più morti. La scossa violenta è stata aggravata dal carattere delle edificazioni, nessuna delle quali ha retto alla prova. Non le case popolari, che risalgono al 1970 (diciannove persone seppellite), e secondo il pm di Rieti così male costruite che sarebbero cadute a terra “con ogni probabilità con una scossa di qualunque grado”. Né le abitazioni private le quali, secondo Patrick Coulomb, un esperto francese, erano mal progettate “con l’acciaio posizionato male e un calcestruzzo scadente”. Né quelle che hanno goduto delle provvidenze per far fronte alle lesioni dei terremoti circostanti che negli anni si sono susseguiti. Né – e il caso suscitò clamore – la scuola, per fortuna senza bimbi, che si è squagliata come crema pasticciera dopo aver ottenuto un finanziamento che in origine doveva andare a migliorare le sue condizioni statiche ed invece sembra sia stato diretto a migliorare i colori delle pareti, il sistema termico e altre incombenze, tutte necessarie e benvenute ma fuori dal raggio di azione di quella missione ricostruttiva. Mai Pirozzi si è sentito in colpa, e mai nessuno gliene ha fatto una colpa. “Noi siamo parte lesa”, ha detto. E tutto è finito lì.

Non è stato affare di Pirozzi, e davvero non c’entrava, se le casette provvisorie costano un occhio della testa, oltre mille euro a metro quadro quando al genio civile di Rieti una villa in muratura era valutata con un valore di fabbricazione non superiore agli ottocento euro a metro quadro. Né è sua responsabilità se la quantità delle macerie ritirate ancora è sotto la soglia del 10 per cento e circa quattromila tonnellate di laterizi restano in attesa.

Pirozzi non c’entra. Mai. E tre giorni fa, quando la procura di Repubblica ha comunicato che circa 120 cittadini avevano falsamente attestato la residenza ad Amatrice per ottenere i buoni contributi (e qualcuno li ha pure intascati) nessuno ha pensato: e come hanno fatto? Con false autocertificazioni. Ma le autocertificazioni dove si consegnano, chi le controlla? Forse la polizia municipale? Pirozzi, cranio rasato, sguardo severo e deciso, è sempre a mezzo metro dalla difficoltà, sempre a distanza di sicurezza. Sua l’idea di un abbuono, duecento euro in più al mese, a chi avesse deciso di rimanere ad Amatrice. Un contributo di solidarietà che da seicento euro è arrivato a ottocento e, in alcuni casi, ha anche superato la quota dei mille.

Chi mai in Italia ha ricevuto tanto? Nessuno, merito di Pirozzi. E grazie ad Amatrice la ricostruzione sarà finanziata con un onere totalmente a carico dello Stato non solo per la prima ma anche per la seconda casa e le pertinenze commerciali con quel che ne conseguirà da un punto di vista dell’espansione urbana.

Soldi, mai come in questo casi, tanti soldi. Sette miliardi di euro la previsione di spesa, a cui si aggiunge un altro miliardo e duecento milioni da parte dell’Unione europea. Un post terremoto così ricco nelle intenzioni e così balbettante nella pratica nemmeno si era mai visto. Le casette ancora da erigere, problemi nella raccolta delle macerie figurarsi nei piani di ricostruzione, con la certezza che le cubature nuove da edificare, grazie alla generosità dei contributi, sarà tale che dovranno essere spianate le gobbe delle montagne che lo circondano per fare posto alle case dei residenti e dei villeggianti, dei negozianti, presenti o ambulanti, e di ogni altra struttura comunitaria.

Ricostruzione d’oro che eguaglierà i fasti dell’Aquila che si accinge a superare quota cinque miliardi senza trovare più una comunità pronta ad abitare i palazzi che tanto faticosamente si stanno ricostruendo.

Pirozzi ha in ultimo denunciato la deviazione dei soldi raccolti con gli sms di solidarietà verso altri lidi ma non s’è ricordato di dire che lui stesso approvò l’idea di Vasco Errani, l’ex commissario, di drenare quegli aiuti per un senso di giustizia verso popolazioni ugualmente colpite ma rimaste dietro il palcoscenico televisivo del dolore e della celebrità. Pirozzi ha denunciato l’ammanco perché è vero, Amatrice è il brand forte del terremoto, ma non ha ricordato di presenziare il 17 luglio scorso alla riunione che stabiliva i criteri e la ripartizione di quei soldi.

Pirozzi è l’arcitaliano perfetto, umano ma non fesso, generoso ma pure scaltro (“se mi fregano…”) e giusto. Uomo del popolo che dà il tu a chiunque. E’ l’Alberto Sordi della politica, popolare, populista forse anche un po’ nazionalista, e la politica, riconoscendogli subito le doti, l’ha chiamato a candidarsi a presidente della Regione Lazio. E lui? Perfetto e a modo, come ogni buon politico: “Ancora non ho deciso, ma se me lo chiederà la gente…”.

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“Timori per una audizione di Federico Ghizzoni nella commissione d’inchiesta sulle banche? Vogliamo che la commissione lavori bene, non abbiamo alcun timore”. Così, ai microfoni de Ilfattoquotidiano.it, ha replicato Maria Elena Boschi, nel giorno dell’elezione di Pier Ferdinando Casini come presidente dell’organo parlamentare.. Ospite del Festival dell’Unità di Roma, Boschi si è pure mostrata soddisfatta […]

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“Timori per una audizione di Federico Ghizzoni nella commissione d’inchiesta sulle banche? Vogliamo che la commissione lavori bene, non abbiamo alcun timore”. Così, ai microfoni de Ilfattoquotidiano.it, ha replicato Maria Elena Boschi, nel giorno dell’elezione di Pier Ferdinando Casini come presidente dell’organo parlamentare.. Ospite del Festival dell’Unità di Roma, Boschi si è pure mostrata soddisfatta per la nomina dell’ex leader Udc, lo stesso che fino a poco tempo prima considerava l’istituzione della stessa commissione come “demagogia e propaganda”: “Sono contenta perché è stato nominato un presidente di garanzia, una personalità autorevole”, ha rivendicato la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. In realtà, negli ultimi cinque mesi di legislatura, la commissione potrà fare poco. E non è chiaro se riuscirà, come già chiede il M5s, a sentire lo stesso ex ad Unicredit Ghizzoni. Secondo quanto scritto nel suo ultimo libro da Ferruccio De Bortoli, proprio l’allora ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, chiese all’ ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, di intervenire a sostegno della banca. Maria Elena Boschi ha smentito minacciando querela a De Bortoli. Ma la querela non è mai arrivata.

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La maxi inchiesta sulle infiltrazioni dell’ndrangheta nel mondo della politica e dell’imprenditoria in Brianza comincia a dispiegare i primi effetti. La Giunta comunale di Seregno (Monza) è caduta, a seguito delle dimissioni di consiglieri e assessori di Lega Nord, Forza Italia e della minoranza, centrosinistra e liste civiche, che questa mattina hanno deciso in massa […]

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La maxi inchiesta sulle infiltrazioni dell’ndrangheta nel mondo della politica e dell’imprenditoria in Brianza comincia a dispiegare i primi effetti. La Giunta comunale di Seregno (Monza) è caduta, a seguito delle dimissioni di consiglieri e assessori di Lega Nord, Forza Italia e della minoranza, centrosinistra e liste civiche, che questa mattina hanno deciso in massa di abbandonare l’incarico. La decisione di tutto il consiglio comunale ha evitato l’eventuale commissariamento del Comune, ipotizzato dal Prefetto di Monza Giovanna Vilasi ieri sera a seguito dell’attesa decisione del Gip di Monza sull’interdizione del vice sindaco Giacomo Mariani, indagato a piede libero per abuso d’ufficio, chiesta dalla magistratura.

Mercoledì sera il vicesindaco Mariani, della Lega Nord, indagato per abuso d’ufficio, aveva annunciato le dimissioni nel corso di un incontro ad Albiate (Monza), al quale era presente anche il leader del carroccio Matteo Salvini. “Sono ventiquattro anni che sono seduto in Consiglio comunale, come assessore, come consigliere comunale e poi dieci anni da sindaco e due anni e qualche mese da vicesindaco – aveva detto Mariani dal palco – la Lega senza se e senza ma è per la lotta alla ‘ndrangheta, quando ho visto che qualcosa non andava ho fatto degli esposti”. Poi Mariani ha aggiunto: “Da qui in avanti, con quello che sta uscendo sulla stampa, verremo additati come mafiosi, tutto quello che noi non siamo. Per questo tutto il nostro gruppo ha deciso di dare le dimissioni”.

In mattinata anche hanno fatto lo stesso anche gli assessori e i consiglieri di Forza Italia: “Alla luce dei recenti eventi che hanno interessato il nostro Comune, con senso di responsabilità e rispetto dei cittadini seregnesi – comunicano i consiglieri in una nota – abbiamo rassegnato le dimissioni. Altrettanto hanno fatto i coordinatori cittadini. Il partito locale pone la massima fiducia nella magistratura e si augura che venga restituita serenità e credibilità alla vita amministrativa, alle istituzioni e alla città”.

“Non siamo mafiosi, meritiamo giustizia” dicono i cittadini di Seregno. Il Prefetto di Monza e Brianza, Giovanna Vilasi, ieri aveva confermato che il Comune è a rischio commissariamento: “Sto aspettando la comunicazione formale sulla posizione del sindaco Mazza. Credo che notificheremo al Comune la sua sospensione, le sue funzioni verranno assunte dal vicesindaco”. Che però ha dichiarato che si dimetterà. L’amarezza della cittadinanza di fronte al sospetto di essere un paese mafioso è palpabile. Sui social c’è chi ironizza (“il sindaco di Seregno diceva ‘sto con le forze dell’ordine’, accontentato”), chi si dice deluso (“oggi Seregno è più famosa, tv, giornali e radio parlano di noi, speriamo che questo evento dia a tutti la voglia di cambiare e dare a Seregno quello che si merita”). Decine di cittadini sono scesi in piazza per protesta. “Non siamo un paese mafioso” hanno scandito. Le opposizioni chiedono le dimissioni del sindaco, sottolineando che “bisogna salvare il buon nome cella città”. Tuttavia a Seregno, stando a quanto emerso dalle indagini, sarebbe stata costruita anche una chiesa evangelica abusiva, realizzata in violazione delle leggi urbanistiche. A concedere i permessi, la giunta. In cambio di voti.

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“Con chi fare la futura coalizione possibile con il Rosatellum bis? Il centrosinistra è impossibile con Bersani e D’Alema, mi chiedo cosa ne pensi Giuliano Pisapia“. Lo ha detto  a margine del Festival dell’Unità di Roma il presidente dem Matteo Orfini, commentando le parole sulle alleanze future dell’ex premier Massimo D’Alema. “Non c’è possibilità di simbolo e premier comune con la nuova versione del […]

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“Con chi fare la futura coalizione possibile con il Rosatellum bis? Il centrosinistra è impossibile con Bersani e D’Alema, mi chiedo cosa ne pensi Giuliano PisapiaLo ha detto  a margine del Festival dell’Unità di Roma il presidente dem Matteo Orfini, commentando le parole sulle alleanze future dell’ex premier Massimo D’Alema. “Non c’è possibilità di simbolo e premier comune con la nuova versione del Rosatellum? Sono solo scuse, chi voleva fare il nuovo Ulivo sta facendo la nuova Rifondazione Comunista”. E su Alfano: “Non mi sembra che l’alleanza con lui e il suo partito sia all’ordine del giorno. Chiudere ad alleanze future senza il suo via libera allo Ius soli? Dato che parliamo di diritti di cittadini, per loro rispetto non mischierei queste situazioni”, ha tagliato corto Orfini.

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Addio allo Ius soli. O quantomeno, se i numeri lo consentiranno, arrivederci alla prossima legislatura. Dopo i niet di Alfano e Alternativa popolare, anche dentro il governo e in casa Pd è ormai resa sul provvedimento che avrebbe dovuto riformare la normativa sulla cittadinanza. A certificarlo, ospite del Festival dell’Unità di Roma, è stata la sottosegretaria alla presidenza […]

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Addio allo Ius soli. O quantomeno, se i numeri lo consentiranno, arrivederci alla prossima legislatura. Dopo i niet di Alfano e Alternativa popolare, anche dentro il governo e in casa Pd è ormai resa sul provvedimento che avrebbe dovuto riformare la normativa sulla cittadinanza. A certificarlo, ospite del Festival dell’Unità di Roma, è stata la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. “Non ci sono i numeri oggi in Parlamento. Lo dico con dispiacere perché è una legge giusta. Se alle prossime elezioni il Pd avrà una maggioranza numericamente più importante, lo ius soli sarà in cima al nostro programma”, ha promesso Boschi, appellandosi già – seppur con cinque mesi di anticipo rispetto alle urne – al voto utile per la prossima legislatura. Poco propensa a rispondere alle domande dei cronisti, dopo un dibattito blindato o quasi al Festival del Pd della Capitale, Boschi ha poi spiegato di essere ottimista sul percorso del Rosatellum, la nuova versione della legge elettorale: “Ci stiamo riprovando, è una legge elettorale che ha chance di essere approvata”Gli attacchi, invece, sono per l’ex premier Massimo D’Alema e per la sindaca capitolina Virginia Raggi: “D’Alema? La miglior risposta l’ha data l’allenatore della Roma Di Francesco (quando ha bollato, sarcasticamente, l’ex leader Maximo come ‘esperto di vittorie‘, ndr). E sulla sindaca M5s: “Vero, con Raggi sono cambiate tante cose. Assessori e collaboratori sono cambiati sicuramente…”, ha replicato, raccogliendo applausi in platea.

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Le intercettazioni? Vanno abolite. Le carriere dei magistrati? Separate. La magistratura? Chiaramente politicizzata. E la prima riforma da fare dunque quale sarebbe? Semplice: ripristinare l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, quella abolita nel 1993 sotto i colpi delle monetine lanciate all’hotel Raphael. Sembra un dibattito di Forza Italia dei tempi d’oro: Cesare Previti, Marcello Dell’Utri e […]

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Le intercettazioni? Vanno abolite. Le carriere dei magistrati? Separate. La magistratura? Chiaramente politicizzata. E la prima riforma da fare dunque quale sarebbe? Semplice: ripristinare l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, quella abolita nel 1993 sotto i colpi delle monetine lanciate all’hotel Raphael. Sembra un dibattito di Forza Italia dei tempi d’oro: Cesare Previti, Marcello Dell’Utri e magari Nicola Cosentino a discutere di come riformare la giustizia, mentre la stessa giustizia si stava occupando di loro. E invece no: al contrario è il contenuto del surreale convegno andato in scena niente poco di meno che sulla terrazza del Nazareno, la sede del Partito democratico.

Nel giorno in cui il governo di Paolo Gentiloni fa approvare il Codice Antimafia, contestatissimo perché estende il sequestro dei beni anche ai corrotti, il partito di Matteo Renzi pareggia gli equilibri ospitando un dibattito che già dal titolo chiarisce verso dove vogliono andare i dem : “Giustizia e politica: l’incubo della Repubblica giudiziaria“. L’elenco dei relatori, poi, azzera gli eventuali dubbi residui sulla qualità del confronto: a interrogarsi su un tema tanto cruciale ecco due sopravvissuti alla Prima e Seconda Repubblica, e cioè Luciano Violante e Giuliano Ferrara. A moderare, invece, c’è l’agguerritissima Annalisa Chirico, sedicente portavoce del garantismo più estremo, che esordisce subito con una doppia gaffe: prima definisce “peso da Novanta” il non certo esile Ferrara, poi fa notare che il manifesto di “Fino a prova contraria” (la sua associazione) “alla parola Luciano Violante è crollato“. Grasse risate e anche qualche scongiuro.

Pronti via ed ecco che l’opinionista pugliese annuncia entusiasta: “Pochi secondi fa Ottaviano Del Turco è stato assolto nel processo bis della Sanitopoli abruzzese. Bene, non c’era associazione a delinquere“. E la condanna a tre anni e 11 mesi per induzione indebita a dare o promettere utilità? Niente, sulla terrazza del Pd evidentemente i lanci d’agenzia arrivano monchi. Il livello è tale che a ristabilire la verità giudiziaria su Del Turco è addirittura Ferrara: caso più unico che raro. Niente paura, però: l’ex direttore del Foglio pareggia subito il conto ricordando la stima che lo lega all’ex governatore dell’Abruzzo. Quindi rispolvera il repertorio di sempre. Primo: “Non è giusto che la magistratura possa sciogliere parlamenti e far cadere governi“. Quando mai la magistratura ha sciolto parlamenti? Mistero. Secondo: “Non è possibile che le procure siano privi di vertice: i procuratori devono avocare le inchieste. Chi giudica e chi inquisisce devono fare carriere separate”. Evidentemente Ferrara non sa che i procuratori avocano di continuo inchieste in tutta Italia. Terzo: “Non esistono intercettazioni pubblicate sui giornali del resto del mondo. Se in Italia questo non si può ottenere, allora bisogna vietare le intercettazioni“. E in che modo, di grazia?  “Bisogna abolire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Si resiste alle campagne sulle leggi bavaglio di Repubblica, del Fatto Quotidiano, di metà del Corriere della Sera e si fa quel che si deve: punto. E poi loro si conformano. La legge è la legge ed è uguale per tutti”, è la linea di Ferrara, che da anni vorrebbe vedere le notizie scomparire dai principali giornali italiani.

La discussione si fa monotona, e Chirico prova quindi a stuzzicare Violante: “Ripristino dell’articolo 68 della Costituzione nella sua forma totale: lei è d’accordo, presidente?”. Il riferimento è per la vecchia autorizzazione a procedere per i parlamentari: per poter indagare su un deputato o un senatore, i pm dovevano chiedere il “permesso” al Parlamento. È troppo persino per uno come Violante. “C’è stato un abuso dell’articolo 68 negli anni ’60, ’70, ’80. Non credo ci siano le condizioni politiche per ripristinarlo”, dice l’ex presidente della commissione Antimafia, che anche lui ha un chiodo fisso. Quale? Ma sempre lo stesso: le intercettazioni. “Ricordate il caso del ministro Federica Guidi? Ha dovuto dimettersi per un’intercettazione che non c’entrava niente. Sono cose che ho visto solo in Centro America“, dice Violante quasi inciampando in una battuta involontaria. Era proprio la Guidi, infatti, che intercettata si lamentava col suo compagno Gianluca Gemelli, reo di trattarla come “una sguattera del Guatemala“: uno Stato che per l’appunto si trova in Centro America. La folla, però, è tiepida. Chirico pare annoiarsi e allora rilancia: “Presidente Violante, ci sono delle fazioni della magistratura politicizzate, che perseguono scopi politici attraverso i processi?”. Risposta: “Per quello che vedo non c’è dubbio che sia così. Guardando alcune inchieste puoi capire su quali giornali finiranno le intercettazioni e quali giornalisti faranno le interviste a quel magistrato: su questo bisogna intervenire con grande durezza“. Chi si chiedeva quali fossero le urgenze del Pd in campo di giustizia ora ha le idee chiare: colpire duramente i giornalisti che intervistano i magistrati. Un reato davvero insopportabile.

Finito? Ma neanche per idea. A Ferrara non par vero di essere stato invitato a casa di quello che – in teoria – dovrebbe essere l’erede del Pci, uno dei tanti partiti in cui ha militato. E allora ecco che trova il modo di citare addirittura Enrico Berlinguer. “Fu Berlinguer a iniziare la solfa, e il giovane D’Alema continuò la cantilena”. Di cosa parla? “Diceva che Craxi era l’iniziatore di una mutazione genetica della sinistra. Ecco magari combattere Craxi per via politica andava bene ma farne un ladro mi sembra un po’ troppo”. Uno si aspetta: ora dalla platea si alza qualche vecchio compagno e spiega a Ferrara che Craxi ladro ci è diventato da solo, che Berlinguer non c’entra niente e che quella che lui definisce “solfa” era la questione morale. E invece niente. E infatti l’ex direttore del Foglio può chiudere in bellezza: “I tre che hanno indagato su Mafia capitale – dice riferendosi a tre pm – sono uno siciliano, l’altro milanese e l’altro fiorentino: non sanno niente di Roma“. Che poi sarebbe la stessa tesi di Ippolita Naso, l’avvocato di Massimo Carminati. Forza e coraggio dunque: non è detto che prima o poi sulla terrazza del Nazareno non ci sia spazio pure per il Cecato. Basterà aspettare che esca di galera.

Twitter: @pipitone87

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“Commissione sulle banche nata morta? Cinque mesi sono pochi, ma il tempo per lavorare c’è”. Nel giorno dell’elezione alla presidenza di Pier Ferdinando Casini, il presidente del Pd Matteo Orfini si è difeso dalle accuse per il sostegno dem all’ex leader Udc alla guida della commissione d’inchiesta sul sistema bancario: “Casini diceva che istituire una […]

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“Commissione sulle banche nata morta? Cinque mesi sono pochi, ma il tempo per lavorare c’è”. Nel giorno dell’elezione alla presidenza di Pier Ferdinando Casini, il presidente del Pd Matteo Orfini si è difeso dalle accuse per il sostegno dem all’ex leader Udc alla guida della commissione d’inchiesta sul sistema bancario: “Casini diceva che istituire una commissione sulle banche era “demagogia e propaganda”? È una soddisfazione che chi non la voleva ora si debba occupare di farla funzionare”. Ma sulla proposta di sentire Federico Ghizzoni – richiesta che sarà rilanciata dal M5s in commissione – sul caso Banca Etruria, Orfini ha preso tempo: “Valuteremo con gli altri partiti, credo non ci sarà alcuna omissione. Certo, le crisi sono state tante e credo si debba partire da qualche anno fa…”, ha rivendicato. Secondo quanto scritto nel suo ultimo libro da Ferruccio De Bortoli, l’allora ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, chiese all’ ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, di intervenire a sostegno della banca. Maria Elena Boschi ha smentito minacciando querela a De Bortoli. Ma la querela non è mai arrivata.

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Via libera definitivo dell’Aula della Camera al Codice antimafia, ma con un post scriptum che sembra congelare una delle parti fondamentali del testo: il sequestro dei beni già previsto per i mafiosi esteso anche ai corrotti. La riforma targata Pd è stata approvato dall’aula di Montecitorio con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti, mentre […]

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Via libera definitivo dell’Aula della Camera al Codice antimafia, ma con un post scriptum che sembra congelare una delle parti fondamentali del testo: il sequestro dei beni già previsto per i mafiosi esteso anche ai corrotti. La riforma targata Pd è stata approvato dall’aula di Montecitorio con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti, mentre contro il testo hanno votato i deputati di Forza Italia, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia. Ad astenersi sono stati quelli della Lega Nord e di Direzione Italia. Esultanze in ordine sparso tra le fila dei dem col guardasigilli Andrea Orlando che su facebook scrive: “Da oggi ci sono più strumenti per combattere la mafia, più trasparenza nella gestione dei beni confiscati, più garanzie per chi è sottoposto a misure di prevenzione. Una buona notizia per la lotta alla criminalità organizzata e per lo Stato di diritto”.

Per la verità, però, sul provvedimento pesa una vera e propria incognita. Anche se con il voto odierno il nuovo codice è stato approvato in via definitiva, diventa un vero e proprio rebus quella che era una delle novità più contestate della riforma: l’estensione della disciplina della confisca dei beni anche per chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione, e quindi per chi finisce nel mirino della giustizia per corruzione, concussione, terrorismo.  Il governo, infatti, dovrà valutare eventuali modifiche sull’equiparazione tra corrotti e mafiosi per quanto riguarda le misure di prevenzione: lo prevede un ordine del giorno del dem Walter Verini, degli alfaniani Antonio Marotta e Rosanna Scopelliti  e di Stefano Dambruoso approvato da Montecitorio prima che la Camera votasse l’intero disegno di legge.

In base al testo approvato, viene chiesto al governo il monitoraggio dell’applicazione del Codice Antimafia, con un occhio di riguardo proprio all’estensione della disciplina della confisca dei beni anche per chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione.  L’equiparazione tra mafiosi e corrotti è la parte su cui ci sono state frizioni tra le forze politiche, anche con dubbi all’interno della maggioranza e forti critiche da parte di Forza Italia. Ed è per questo motivo che l’odg della maggioranza suona come una sorta di moneta di scambio politico per il futuro. In questo senso vanno probabilmente lette le parole di Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari costituzionali. “Chiediamo al governo di venire in Aula per ribadire l’impegno assunto dal ministro Orlando a modificare il Codice antimafia- dice il berlusconiano –  Più volte, infatti, è stato assicurato, di seguito alle autorevoli e plurime critiche, che sarebbe stata corretta la barbarie che vede di fatto equiparati i reati comuni a quelli di mafia”.

Letteralmente l’ordine del giorno impegna il governo “in sede di prima applicazione della riforma del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nell’ambito delle sue proprie prerogative, a mettere in campo tutti gli strumenti che riterrà opportuni ed efficaci al fine di monitorare e verificare le prassi applicative della legge, per quanto riguarda i destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, con particolare riferimento agli indiziati di reato di associazione a delinquere finalizzata ai reati contro la pubblica amministrazione, con lo scopo di valutare l’impatto e l’efficacia delle nuove norme, anche ai fini di eventuali modifiche che si rendano necessarie, nonché, per quanto riguarda l’efficacia e la coerenza della applicazione della intera riforma, in particolare con riferimento al funzionamento dei nuovi istituti, al fine di garantire che la tutela della legalità e l’efficienza del sistema delle misure di prevenzione si realizzi nel pieno rispetto delle garanzie dei diritti dei cittadini e delle imprese”.

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“Non c’è rispetto per l’intelligenza degli italiani”. È il primo commento del Movimento 5 stelle (che rimane a bocca asciutta di cariche) all’elezione di Pier Ferdinando Casini quale presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario. Alessio Villarosa in sala stampa a Palazzo san Macuto – sede della Commissione – denuncia il conflitto d’interesse indiretto del […]

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“Non c’è rispetto per l’intelligenza degli italiani”. È il primo commento del Movimento 5 stelle (che rimane a bocca asciutta di cariche) all’elezione di Pier Ferdinando Casini quale presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario. Alessio Villarosa in sala stampa a Palazzo san Macuto – sede della Commissione – denuncia il conflitto d’interesse indiretto del Presidente Casini “in un mondo come quello bancario dove le parentele contano moltissimo. Questa Commissione rischia purtroppo di essere una farsa”. Villarosa inoltre annuncia che il primo atto del M5s in Commissione sarà quello di chiamare Federico Ghizzoni per chiedere conto le dichiarazioni di Ferruccio De Bortoli che il sottosegratario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi ha smentito minacciando querela a De Bortoli. Querela mai arrivata.
“Noi non abbiamo votato per Casini ma siamo soddisfatti per l’esito della votazione” afferma Renato Brunetta che è stato eletto Vicepresidente della Commissione d’Inchiesta.
Il Partito Democratico manda in sala stampa l’altro Vicepreseidente eletto, il senatore Mauro Maria Marino, che conferma che non lascerà la carica di Presidente della Commissione Finanze del Senato e che scambia Brunetta per Baretta (Pier Paolo, segretario al Ministero dell’economia). Critica con l’elezione di Casini anche Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni: “La presidenza spettava a un membro dei partiti di opposizione”

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È imputato a Milano per corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Un’inchiesta che due anni fa gli era costata addirittura l’arresto: secondo l’accusa, infatti, avrebbe truccato una gara d’appalto per il trasporto dei dializzati. Una contestazione che però non gli ha sbarrato la strada per andare a sedersi nella terza commissione del consiglio regionale […]

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È imputato a Milano per corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Un’inchiesta che due anni fa gli era costata addirittura l’arresto: secondo l’accusa, infatti, avrebbe truccato una gara d’appalto per il trasporto dei dializzati. Una contestazione che però non gli ha sbarrato la strada per andare a sedersi nella terza commissione del consiglio regionale lombardo: quella che si occupa proprio di Sanità. È l’ultimo incarico arrivato a Mario Mantovani, il politico di Forza Italia che ha guidato per anni la sanità pubblica in Regione Lombardia.

Nel partito di Silvio Berlusconi avranno pensato: chi meglio di lui può occupare quel posto? Chi meglio dell’uomo che era assessore alla sanità e vicegovernatore di Roberto Formigoni? Chi ha più competenza del titolare di un piccolo impero costruito sulle residenze sanitarie per anziani? Nessuno. E anche se appena ieri è finito nuovamente indagato per corruzione – questa volta nell’inchiesta della Procura di Monza sui rapporti tra la politica e la ‘ndrangheta a Seregno – l’ordine di scuderia nel partito azzurro non è cambiato: il loro uomo in commissione Sanità è l’imputato Mantovani.

La nota con cui il presidente del gruppo di Forza Italia comunica la nomina di Mantovani come componente della commissione è datata 20 settembre 2017, ma è stata discussa dal presidente soltanto oggi: appena 24 ore dopo l’ultima inchiesta sul politico berlusconiano. Una cronologia che ha fatto scendere sul piede di guerra i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle.  “Questa mattina Mantovani, ex assessore della Sanità già arrestato per corruzione e reindagato solo ieri per lo stesso reato, è entrato a far parte della commissione regionale Sanità. È l’ennesima dimostrazione che a parole Maroni promette pulizia, ma nei fatti si smentisce da solo, dato che poi non riesce nemmeno ad arginare l’ingombrante presenza in Lombardia di un politico travolto da scandali contro la pubblica amministrazione, fingendo che la cosa non lo riguardi”, dicono i consiglieri regionali lombardi Dario Violi e Paola Macchi. “È una questione di opportunità: la Lombardia non può e non deve ospitare in Consiglio regionale indagati per corruzione. Le responsabilità politiche di queste vicende, che danneggiano l’onorabilità di dieci milioni di lombardi e l’immagine della stessa Regione, sono indiscutibilmente di Roberto Maroni”.

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“Questa commissione evidentemente dovrà lavorare in giornate tipo il lunedì o venerdì mattina che sono inconsuete per la vita parlamentare. Però qui è un patto tra gentiluomini: o ci mettiamo d’accordo o la Commissione in tre o quattro mesi potrà fare poco” Così Pier Ferdinando Casini appena eletto presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario […]

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“Questa commissione evidentemente dovrà lavorare in giornate tipo il lunedì o venerdì mattina che sono inconsuete per la vita parlamentare. Però qui è un patto tra gentiluomini: o ci mettiamo d’accordo o la Commissione in tre o quattro mesi potrà fare poco” Così Pier Ferdinando Casini appena eletto presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario (che lui stesso aveva definito demagogica) esorta i commissari deputati e senatori. Poi Casini al termine della prima seduta fugge dai giornalisti: “Sono stato appena eletto. Lasciatemi respirare. Pace e bene”.

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“Rosatellum? È una schifezza incostituzionale che darà vita a coalizioni infinite. Ci saranno le liste degli esodati, le liste degli animalisti, Berlusconi non si alleerà solo con Salvini o con la Meloni, ma farà anche la lista Forza Silvio o la Lista Forza Dudù“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano […]

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Rosatellum? È una schifezza incostituzionale che darà vita a coalizioni infinite. Ci saranno le liste degli esodati, le liste degli animalisti, Berlusconi non si alleerà solo con Salvini o con la Meloni, ma farà anche la lista Forza Silvio o la Lista Forza Dudù“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dal deputato del M5s, Danilo Toninelli, a proposito della nuova legge elettorale. “Con il Rosatellum è sufficiente prendere una manciata di voti per portare a casa seggi” – continua – “E qual è l’unica forza politica che non si coalizza e che soprattutto non fa liste civetta? Noi. Brunetta ci ha invitato ad allearci con la Lega? Gli consiglio di fare una pausa dalla politica. Quando uno come lui, che fa politica da quando è nato, prenderà una pausa e farà una passeggiata al mercato o nelle vie popolari, senza scorta e senza auto blu, forse si accorgerà che fuori dai palazzi il mondo gira diversamente. Noi con la Lega non c’entriamo una mazza“. Toninelli poi si sofferma sulla kermesse riminese di Italia 5 Stelle: “Il M5S è una famiglia che ha più di 2000 portavoce a tutti i livelli istituzionali, decine di migliaia di attivisti e milioni di persone che ci credono. Il Movimento è unito. Nel nostro contesto il punto di riferimento, il faro di tutto, è il programma. La stampa deve iniziare a rispettare il M5S perché rappresentiamo la prima forza politica, con milioni di persone che hanno affidato a noi le proprie speranze. Mi sono stancato di leggere quei titoli che raccontano di costanti divisioni nel Movimento. Le idee, gli ideali, i programmi, non si dividono. Non si può parlare di scissione nel M5S”. E su Di Maio aggiunge: “È il capitano di una squadra di ministri con cui noi ci presentiamo ai cittadini. Per la prima volta una forza politica si presenta con un programma costruito dal basso, votato da tutti quelli che credono nel Movimento e concretizzabile. Le altre forze politiche del programma se ne sono sempre fottute. Di Maio è il responsabile dell’attuazione del programma, colui che indicherà la linea politica del M5S. Beppe Grillo rimane il garante dei principi e delle fondamenta di tutto quello che siamo”

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3881218
“Siamo più famosi noi di Luigi Di Maio: per espellerci, hanno partecipato al voto in 43mila persone. Alle primarie per Di Maio candidato premier, in 37mila”. A parlare sono gli ex M5s, gli “espulsi” della prima ora, i senatori Fabrizio Bocchino – ora in Sinistra Italiana, e Francesco Campanella, che dopo vari “cambi di casacca” è approdato ora […]

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“Siamo più famosi noi di Luigi Di Maio: per espellerci, hanno partecipato al voto in 43mila persone. Alle primarie per Di Maio candidato premier, in 37mila”. A parlare sono gli ex M5s, gli “espulsi” della prima ora, i senatori Fabrizio Bocchino – ora in Sinistra Italiana, e Francesco Campanella, che dopo vari “cambi di casacca” è approdato ora al gruppo Mdp. Dopo le primarie che hanno incoronato Luigi Di Maio candidato premier, con un’affluenza però molto bassa (poco meno di 31mila preferenze, su una base di 150mila iscritti), i due ex 5 stelle ricordano i numeri che determinarono la loro uscita dal Movimento. E il paragone è impietoso. L’affluenza all’epoca fu maggiore: votarono 6mila persone in più. “Ci accomuna aver smascherato il bluff“, aggiunge Bocchino. “Anche Di Maio è un bluff: le decisioni vengono sempre prese dall’alto e questo passaggio di consegne da Grillo, più volte annunciato, non avverrà”. Il vice presidente della Camera è “giovane, rassicurante, si esprime in maniera chiara. Dal punto di vista mediatico è perfetto”, aggiunge Campanella. “Di Battista andrebbe a rappresentare un altro target. Taverna pure. Il M5s è una sorta di Democrazia Cristiana estremizzata”. “Hanno cambiato regole tante volte”, prosegue Bocchino. “Lo faranno anche per la regola dei due mandati”, dice Campanella. “Così come rivedranno la questione del 51% e delle alleanze. Peraltro, chi predica la soglia del 51% per me predica il fascismo”, tuona il senatore Bocchino.

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“Le parole di Renzi alle festa dell’Unità di Imola? Troppa grazia Sant’Antonio. L’uomo è giovane, non è necessariamente indotto a studiare la cronaca del Paese“. Così, a L’Aria che Tira (La7), l’ex leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, commenta le parole al vetriolo pronunciate domenica scorsa dal segretario Pd Matteo Renzi (“la nostra sinistra è […]

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Le parole di Renzi alle festa dell’Unità di Imola? Troppa grazia Sant’Antonio. L’uomo è giovane, non è necessariamente indotto a studiare la cronaca del Paese“. Così, a L’Aria che Tira (La7), l’ex leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, commenta le parole al vetriolo pronunciate domenica scorsa dal segretario Pd Matteo Renzi (“la nostra sinistra è quella di Obama, non è la sinistra rivendicativa e vendicativa, non la sinistra di Bertinotti che ha rotto il patto di governo e ha fatto vincere la destra. C’è chi segue Obama e chi segue Bertinotti”). “Voglio ricordare che dopo la caduta di Prodi” – aggiunge Bertinotti – “al governo non andò Berlusconi, ma D’Alema. Riguardo alla definizione di ‘sinistra rivendicativa’, io ci sto. Prendiamo ad esempio la socialdemocrazia tedesca, che noi al Pci consideravamo la destra del movimento operaio. Il governo di grande coalizione tedesco perde, secondo me, perché, contrariamente a quello che ci hanno spiegato in tutto questo decennio, in Germania c’è una crisi sociale drammatica. C’è un impoverimento delle popolazioni lavorative”. E chiosa: “La socialdemocrazia crolla e il centrosinistra perde perché il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra l’alto e il basso della società. E quest’ultimo ha espresso così una contestazione a quel modello di società tedesca che all’esterno piaceva, ma che ai tedeschi non piace”

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Ad aprile diceva che la commissione d’inchiesta sulle Banche è “demagogia e propaganda”, oggi annuncia che la guiderà “senza timidezza”. Il primo atto dell’organo già contestato, poi ritardato il più possibile e ora convocato a ridosso della fine della legislatura, è stato eleggere Pier Ferdinando Casini come presidente. Il senatore centrista, che ha quindi dovuto […]

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Ad aprile diceva che la commissione d’inchiesta sulle Banche è “demagogia e propaganda”, oggi annuncia che la guiderà “senza timidezza”. Il primo atto dell’organo già contestato, poi ritardato il più possibile e ora convocato a ridosso della fine della legislatura, è stato eleggere Pier Ferdinando Casini come presidente. Il senatore centrista, che ha quindi dovuto lasciare la poltrona di presidente della commissione Esteri, ha ottenuto 21 preferenze su 40 votanti. Dietro di lui Enrico Zanetti (9 voti), il grillino Carlo Martelli (5) e Bruno Tabacci (3). Le schede nulle sono state 2. I vice presidenti sono il senatore Pd Mauro Maria Marino e il capogruppo alla Camera di Fi Renato Brunetta.

“E’ un atto di guerra che il Pd e la maggioranza del Parlamento pronunciano nei confronti del Paese reale”, è l’attacco dei 5 stelle sul blog di Beppe Grillo. “Casini, il simbolo della vecchia politica legata a doppio filo con le banche è il becchino dei risparmiatori truffati”. Per i grillini significa “mettere una pietra tombale sui lavori della commissione”. E poi annunciano che chiederanno “l’audizione di Ghizzoni e di Boschi ma anche di Visco, di Draghi, di Vegas: vogliamo sentire tutti e avere delle risposte su tutti gli scandali creati. Oltre alla vicenda Ghizzoni-Boschi vogliamo indagare anche sulla vicenda Monte dei Paschi dove c’è un morto e 50 miliardi spariti e nessun colpevole”.

Nei mesi scorsi si è discusso molto proprio sulla composizione della commissione d’inchiesta. Dopo il via libera del presidente della Repubblica a luglio infatti, ci sono voluti quasi due mesi per arrivare alla prima riunione di insediamento. I nomi più contestati sono naturalmente i 16 esponenti del Partito democratico, tra fedelissimi e volti in conflitto d’interessi, che dovranno tra le prime cose affrontare il caso Etruria.

Casini diceva “è propaganda”, oggi invece: “Guiderò la commissione senza timidezza”
Solo quando era stato il momento di votare in Aula per il ddl che istituiva la commissione, il senatore aveva scelto di non esprimersi lamentando che “dall’inizio della legislatura si sono istituite commissioni d’inchiesta per quasi ogni argomento”: “E’ un cedere continuo alla demagogia e alla propaganda“, aveva detto, che “non mi trova d’accordo”. Casini aveva anche dichiarato che, a suo parere, “il più delle volte” questi organi sono istituiti “solo per interessi dei singoli o per affrontare in modo puramente scenografico quello che il legislatore dovrebbe risolvere con gli strumenti normativi a disposizione”. Il senatore poi andava oltre: “Le commissioni d’inchiesta vanno maneggiate con cura istituzionale, evitando che siano solo cassa di risonanza di polemiche tra i partiti o all’interno di essi. La Commissione sulle banche sarebbe questo. Strumentalizzare questioni tanto delicate, che riguardano i risparmi degli italiani e che sono già all’attenzione della magistratura, significa prepararsi a una campagna elettorale irresponsabile. Lasciamo le inchieste alla magistratura, senza ingerenze del Parlamento”. Oggi, a quanto pare, Casini la pensa diversamente: “Guiderò la commissione senza timidezza per indagare le responsabilità personali o istituzionali, ma chi è un cerca di palcoscenico per una lunga campagna elettorale non troverà sostegno nel presidente. Abbiamo poco tempo a disposizione”. L’onorevole ha anche detto che, visto i tempi molto limitati da qui alla fine della legislatura, sarà chiesto uno sforzo di lavoro extra: “Avremo il problema di conciliare lavoro della commissione con quello delle aule, per cui è evidente che questa commissione dovrà lavorare anche in giornate inusuali per i lavori parlamentari come il lunedì o il venerdì mattina. È un patto tra gentiluomini, o abbiamo un accordo questo oppure in tre, quattro mesi che abbiamo a disposizione faremo ben poco”.

M5s: “Il messaggio del Pd ai risparmiatori è chiaro: non avranno giustizia”
In prima fila contro la scelta, il senatore M5s Enrico Cappelletti: “Oggi”, ha dichiarato, “diventa chiaro a tutti perché il Pd bocciò il mio emendamento che impediva ai parlamentari in conflitto di interesse con le banche di partecipare ai lavori della commissione d’inchiesta sul sistema bancario. Il Pd e la maggioranza hanno eletto Pier Ferdinando Casini, un conflitto di interessi vivente amico di diversi banchieri e suocero di quel Caltagirone che oltre ad essere il principale finanziatore del Udc è stato vicepresidente e azionista di Mps. Lo stesso Casini, poi, è diventato da pochi mesi socio di Carisbo, fondazione azionista di Intesa San Paolo. Una commissione d’inchiesta nata in grave ritardo e sotto i peggiori auspici viene oggi di fatto dichiarata morta. Il messaggio lanciato dal Pd ai risparmiatori truffati è chiaro: non avranno giustizia”. Il collega deputato Alessio Villarosa va oltre e chiede subito un intervento perché venga convocato Mario Draghi: “Sicuramente dovremo sentire anche il presidente della Bce”. Il parlamentare uscendo dalla prima riunione ha spiegato che Draghi dovrà essere audito “poiché ha firmato l’acquisizione di Antonveneta (da parte di Mps ndr) senza due diligence” quando era governatore di Banca d’Italia nel 2008.

Fdi: “Il presidente avrebbe dovuto essere espressione dell’opposizione”
Fratelli d’Italia
invece ha scelto di astenersi. “Il presidente”, ha spiegato la presidente Giorgia Meloni, “avrebbe dovuto essere espressione dell’opposizione ma non c’è stata disponibilità della maggioranza. E’ un’altro segnale che il Pd con l’istituzione tardiva di questa commissione vuole mettere solo a tacere quello che è successo. Vuol dire che perderanno tempo senza arrivare a nulla, noi avevamo chiesto che i lavori andassero avanti oltre la scadenza della legislatura ma ci hanno votato contro. Noi continueremo a dare battaglia all’interno della commissione per fare in modo che nei pochi mesi a disposizione la commissione arrivi a qualche risultato”.

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“Renzi? La sua narrazione è ferma a quella di 2-3 anni fa. E’ come se lo avessero ibernato e messo in pausa e poi l’avessero scongelato e rimesso in play”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul segretario Pd e sul suo ultimo intervento alla festa dell’Unità di Imola. Ospite […]

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Renzi? La sua narrazione è ferma a quella di 2-3 anni fa. E’ come se lo avessero ibernato e messo in pausa e poi l’avessero scongelato e rimesso in play”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul segretario Pd e sul suo ultimo intervento alla festa dell’Unità di Imola. Ospite di Dimartedì (La7), il giornalista commenta: “Ha ricominciato a dire le stesse cose, dalle riforme ai populisti. Se non cambia in fretta la sua narrazione, credo che contribuirà all’annoiamento del suo elettorato, che è già abbastanza annoiato. Il fatto che Renzi attacchi i populisti e tra i populisti attacchi il M5S e Salvini nasconde una grossa dimenticanza” – continua – “il più grande populista della storia d’Italia negli ultimi 70 anni è Silvio Berlusconi. Perché Renzi non lo indica mai tra i populisti? Berlusconi è diventato un europeista? O è diventato un moderato? Oppure è uno che ci deve salvare dai populisti, cioè da se stesso? Questa battaglia selettiva contro i populisti che risparmia sempre Berlusconi mi fa pensare che i due siano già d’accordo per la prossima legislatura e che Renzi si stia tenendo buono l’ex Cavaliere”. Sulla nuova legge elettorale, Travaglio osserva: “L’hanno chiamata Rosatellum, sembra il nome di un liquore. E infatti credo che il tasso alcolico di chi l’ha proposto deve essere notevole”

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