Politica estera italiana, ovvero l’inno al servilismo

La sudditanza, atlantica o germanica che sia, ci costa molto cara. Da molti anni la nostra classe politica rivela livelli di servilismo senza precedenti nei confronti dei padroni di Washington e/o di Berlino, combinando guai senza precedenti e provocando danni ingenti al nostro Paese. Gli esempi abbondano. Il caso probabilmente di più palese noncuranza degli interessi nazionali per inseguire gli ordini degli Stati Uniti è quello della Libia. Il regime di Gheddafi aveva forse più di un lato oscuro. Ma contribuire alla sua fine e alla sua morte barbara per compiacere Washington e Parigi non è stata solo una vigliaccata senza precedenti, è stato un vero e proprio atto di estremo autolesionismo. Oggi Berlusconi e altri se ne rimpallano la responsabilità, aggiungendo ancora una cialtronata a quelle, di tenore davvero tragico, già compiute. Parrebbe che il ruolo chiave, nell’accettare i diktat degli Stati Uniti e dare il pieno avallo alla criminale operazione contro la Libia, partecipandovi anzi in prima linea, sia statol’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva fatto l’apprendistato del servilismo con Mosca, dando piena approvazione all’attacco contro l’Ungheria, e l’ha continuato con Washington.

Per capire la portata del criminale errore compiuto, basti pensare che tutta l’operazione è stata pensata dal governo francese per fare fronte alla perdita del fedele alleato tunisino Ben Ali, appena rovesciato dalla rivoluzione dei gelsomini, e impadronirsi delle risorse petrolifere libiche sulle quali l’Eni aveva da sempre una posizione privilegiata per politiche accorte e intelligenti seguite da Enrico Mattei (ucciso il 27 ottobre 1962 dalla Cia per eccesso di indipendenza) in poi. Non solo, in tal modo si è contribuito ad alimentare l’emigrazione inevitabile da tutta l’Africa subsahariana, eliminando l’alternativa di sviluppo e autosufficienza che lo stesso Gheddafi stava perseguendo e per la quale è stato punito dall’imperialismo e dal capitalismo internazionale. Stendiamo un velo pietoso sugli altri tremendi errori compiuti da tutti i governi degli ultimi anni, ad esempio con la sostituzione di Mare  Nostrum con Triton. Le mostruosità del ministro dell’Interno Marco Minniti, le tragicomiche spedizioni navali africane del premier Paolo Gentiloni e del ministro degli Esteri Angelino Alfano nascono da questo servilismo congenito, dall’incapacità dell’Italia, per la classe dominante immatura e parassitaria che la controlla, di dar vita in qualsiasi modo a una politica estera autonoma degna di uno Stato sovrano.

Ma molti altri esempi potrebbero essere fatti, anche molto recenti. La politica nei confronti della Russia, con la quale pure ci sono molti interessi in comune e possibilità di sviluppo congiunto, rimane subalterna agli interessi degli Stati Uniti che, al di là delle bufale sulla connection moscovita di Trump, riscoprono oggi il fascino della guerra fredda e della contrapposizione totale nei confronti di Putin. Un altro esempio recente e molto significativo è quello del Venezuela, Paese che dovrebbe essere importante per la nostra politica estera per la presenza di una vasta comunità di origine italiana (non tutta fortunatamente allineata alle posizioni parafasciste dell’opposizione) e per la possibilità di concorrere, anche qui con l’Eni, allo sfruttamento delle sue enormi risorse energetiche.

Di fronte a una situazione interna complessa, occorrerebbe intelligenza politica per promuovere il dialogo e la via d’uscita pacifica dalla crisi, recentemente rilanciati dal leader chavista Diosdado Cabello, ma soprattutto rispetto delle scelte del popolo venezuelano che domenica 30 luglio è accorso in massa alle urne per eleggere l’Assemblea nazionale costituente. Di fronte al netto recupero di popolarità da parte di Maduro e del suo governo, Washington sta giocando la carta dell’isolamento internazionale, promuovendo l’alleanza di governi che si rendono ogni giorno colpevoli di violazioni massicce dei diritti umani, come Messico e Colombia, ovvero sono guidati da presidenti privi di ogni legittimazione democratica, come il Brasile (mentre 57 sono gli Stati, latinoamericani e non, che ribadiscono pieno appoggio a Maduro e all’Assemblea nazionale costituente). E che ti fa l’Italietta serva dei Gentiloni&co? Ovviamente sposa subito la linea degli anti-Maduro, dando un grave colpo all’interesse nazionale e mettendo a repentaglio il buon rapporto costruito negli anni dall’Eni con il governo di Caracas.

Per finire gli F-35, arnesi di morte costosissimi e inutili per i quali ci accingiamo a sborsare somme iperboliche esclusivamente per compiacere il grande fratello statunitense. Questo, di essere servi e pagare duramente per farlo, neanche fossimo i clienti affezionati di una qualche dominatrice sadomaso di alto bordo, è ovviamente un lusso che possiamo permetterci, non come salvare le vite umane, almeno secondo il democratico senatore pro Tav Stefano Esposito e altri brillanti pensatori del genere.

Finché a dirigere la politica estera italiana saranno personaggi di questa scarsa levatura politica, intellettuale e morale non c’è ovviamente da aspettarsi nulla di buono. Per dare un futuro all’Italia occorre cambiare registro, ma sul serio, nella consapevolezza che la nuova realtà del multilateralismo richiede una classe politica all’altezza delle sfide presenti e non una congrega di cagnolini pronti a scodinzolare a comando.

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