Pd, se critichi Andrea Orlando ti trasformi automaticamente in renziano?

Nella drammaturgia abborracciata della politica italiana il ministro della Giustizia Andrea Orlando rappresenterebbe l’ala dialogante a sinistra, in base alla ripartizione dei ruoli nel Partito democratico. Non a caso desta qualche stupore la bozza di legge sulle intercettazioni da lui partorita, che sigillerebbe all’origine ogni pur timido sgocciolio di informazione da quel blocco compatto di omertà a cui si è ridotta l’italica politica collusa, asserragliata nel Palazzo.

Forse saremmo meno sorpresi se solo ricordassimo che una decina di anni fa il giovanotto venuto da La Spezia – in quanto responsabile giustizia del Pd e nel bel mezzo dell’ennesimo scontro tra i giudici e l’allora premier Berlusconi – partoriva proposte di riforma della magistratura palesemente fotocopiate dai progetti dell’avvocato Ghedini. Quale migliore riprova dell’antico detto “cane non mangia cane”; che – declinato nelle logiche/pratiche del regime imperante – conferma come i personaggi/personaggetti che qui abitano nutrano per il principio di appartenenza molta più rispettosa attenzione che verso il valore della decenza. Solidarietà di corporazione, a prescindere dai posizionamenti tattici nel set mediatico.

Purtroppo, analizzando questa come altre vicende senza partigianeria e tesi preconcette, nel puro intento di decostruire i comportamenti in maschera (secondo la saggia “ermeneutica del sospetto”, consigliata da un grande politologo quale Alessandro Pizzorno), c’è sempre il rischio di essere aggrediti dalla canea dei tifosi, al grido fanatico del “ma tu, da che parte stai?”. Insomma, è ancora possibile criticare Andrea Orlando senza venire bollati da pennivendoli al soldo di Matteo Renzi? Nello svilimento del sospetto, da strumento critico ad arma impropria del settarismo.

Il tutto al servizio neppure dell’insinuazione, bensì dell’invettiva più trucida.

Questo per dire che – a parere dello scrivente – una delle principali calamità che affliggono l’attuale stagione è l’avvelenamento del dibattito pubblico. Ossia il dilagare di una mentalità tradotta in ben precisi comportamenti: il manicheismo settario che ispira il dilagare epidemico del tipo “energumeno da tastiera” (fino a quando non diventa teppismo in piazza).

Il bisogno disperato di semplificazioni, tipico di menti smarrite, che ha legittimato le forme più bieche di insulto, a tutti i livelli. Dai massimi ai minimi: da Matteo Salvini al suo omonimo Matteo Camiciottoli, sindaco del ridente comune savonese di Pontinvrea, che ora casca dalle nuvole se Enrico Mentana giudica non propriamente istituzionale (e sintatticamente imbarazzante) il suo ormai celebre intervento Facebook: “Potremmo dare gli arresti agli stupratori di Rimini a casa della Boldrini, magari GLI mette il sorriso”. Insomma, la distruzione della ragione ha fatto piazza pulita perfino delle antiche prassi di civiltà rispettose delle buone maniere. E magari calpestato perfino la lingua italiana; in nome di un’ipotetica genuinità italica, che “se ne frega” dei congiuntivi e dei lessici; messi al bando nelle nuove Accademie della Crusca. Tipo i santuari del nuovo bon ton per neo-borghesia cafona allestiti da arbitri del gusto elegante come Sergio Briatore e Daniela Santanché.

Mentre il discorso pubblico scade inesorabilmente a rissa, dove è impossibile promuovere ragionamenti collettivi, premessa indispensabile per l’elaborazione di politiche a misura dei problemi. A partire dal tema che più ci affligge, l’epocale migrazione di popoli in atto. A cui non sapremo trovare risposte plausibili finché resterà una guerra di religione; fin quando continueremo a doverci sorbire l’orrida bubbola che i migranti sui barconi sarebbero milionari in gita per fare shopping gratis dalle nostre parti; fin quando demagoghi che governano Stati europei e tecnocrati di Bruxelles continueranno a girarsi dall’altra parte; fin quando ridurremo le violenze sulle donne a questioni di epidermide e non a retro-pensieri demenziali del maschilismo paternalista (magari con la pelle chiara e in divisa della Benemerita).

Finché ci racconteremo la balla colossale che Marco Minniti ha risolto la questione, bisognosa di essere messa al centro della discussione sul nostro futuro come cittadini del mondo, ingaggiando un po’ di delinquenti e convincendoli a riciclarsi da scafisti a carcerieri. E finché continueremo a scandalizzarci se Gino Strada definisce il ministro taumaturgo della nostra purezza etnica “uno sbirro”. E non la pietra tombale, finché tiene, sulla riflessione progettuale di un nuovo modo di organizzare la convivenza.

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