Pd obbliga i suoi manager a finanziare il partito – A Trento si versa il 30% dello stipendio. La trasparenza? Un optional

Regola del 10 per cento? Macché: a Trento – come anche in altre province d’Italia – i manager e i dirigenti indicati dal Pd che siedono sulle poltrone di enti pubblici e partecipate sono tenuti a versare al partito fino al 30 per cento degli emolumenti che ricevono. Nella provincia a statuto speciale, seppur con una tabella parametrata sull’entità dei guadagni, l’obbligo è molto più impegnativo rispetto ad altre regioni italiane. Tutto scritto nero su bianco. Una tassa vera e propria. Il bello è che tutto dovrebbe essere dichiarato e pubblico. Cliccando sul sito del partito si dovrebbero trovare nomi, incarichi e cifre versate. Invece le sorprese non mancano, perché quella pagina, che dovrebbe essere un inno alla trasparenza, in realtà è vuota.

Ma facciamo un passo indietro. Il 27 luglio 2010 l’assemblea provinciale del Partito Democratico approvò a Trento il Regolamento Finanziario Provinciale e lo fece ispirandosi a un principio di assoluta pubblicizzazione degli introiti. All’articolo 9 è scritto che tutti gli eletti (parlamentari, sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali) sono tenuti a contribuire. E questa non è una novità. Ma che devono farlo anche “gli iscritti che svolgono, per nomina politica, incarichi pubblici in enti, istituzioni e società”, ovvero i manager indicati in quei posti dal partito.

Con quali modalità? “I soggetti di cui al precedente art. 9 sono tenuti a versare un contributo minimo annuale secondo le seguenti fasce di indennità netta percepita: da 1.200 a 6.000 euro il 10%; da 6.001 a 18.000 euro il 15%; da 18.001 a 36.000 euro il 20%; da 36.001 a 72.000 euro il 25%; oltre i 72.001 euro il 30% per cento”. Se qualcuno avesse dubbi, “con la dicitura di ‘indennità netta percepita’ si intendono le indennità, diaria, gettoni di presenza e liquidazioni al netto di ogni onere fiscale e contributivo, ad esclusione dei soli rimborsi spese”. Inoltre, “il versamento avverrà con cadenza mensile, esclusi i sostenitori della prima fascia”. Per verificare che nessuno bari, “ciascun versante è tenuto ad inviare al Tesoriere copia delle certificazioni attestanti le indennità percepite”. E quasi ad evocare un controllo da parte della base, si prescrive: “I versamenti saranno pubblicati sul sito del Partito”. In realtà qui si entra in un’area opaca. Perché ci si aspetterebbe decine di nominativi, con i rispettivi importi versati. Invece, aprendo la voce “Partecipazione e trasparenza” del portale Pd di Trento ci si trova di fronte a due sotto-voci che promettono di fornire informazioni sui soldi versati al partito. La prima riguarda i versamenti degli amministratori e contiene effettivamente le somme versate da chi è stato eletto in Comune, Provincia, Comunità di Valle e Parlamento.

Ma è nella seconda sotto-voce – le “erogazioni liberali” che superano i 500 euro – che si dovrebbero trovare i versamenti dei manager. Gli introiti del partito previsti dall’articolo 5 del Regolamento sono, infatti, le risorse previste dalla legge, le quote di tesseramento e le elargizioni liberali, per l’appunto, che sono fiscalmente detraibili. Ma questa pagina è vuota, non contiene nessuna elargizione ricevuta. Ma allora, dove sono i soldi che i manager sono tenuti a versare al Pd? Vuoi vedere che in realtà non tengono fede all’impegno? Per capirci qualcosa bisogna leggere il bilancio consuntivo. Nel 2016 le entrate da persone fisiche assommano a 158mila euro: 47mila da amministratori comunali, 86mila da amministratori provinciali, 24mila da altre persone. Ma neanche la terza voce contiene i soldi provenienti da manager, perché è assorbita dai contributi o rimborsi spese elettorali da parte di parlamentari e di rappresentanti delle Comunità di Valle, o da contributi volontari per le primarie. Eppure la lettera del Regolamento finanziario è precisa, impone obblighi tassativi

Ed è contro di essa che si è scagliato il consigliere provinciale Filippo Degasperi, del Movimento Cinquestelle. “Anche in terra nostrana i nominati – dirigenti, presidenti, consiglieri, sindaci di società ed enti partecipati dalla Provincia – non sono esenti dal ‘tributare onori‘ al padrone che ha messo per loro ‘la buona parola’, necessaria al conferimento di incarico pubblico. Può ritenersi davvero rispettato il requisito dell’indipendenza e assenza di conflitti di interesse in questi soggetti, se il loro operato è vincolato da interferenze politiche?”. Una legge provinciale del 2010 prevede, infatti che le persone da designare devono essere scelte, oltre che per competenza, anche per “indipendenza e assenza di conflitti d’interesse”. Per questo Degasperi ha indirizzato un’interrogazione a Bruno Dorigatti, presidente del consiglio provinciale di Trento. Vuole sapere se l’amministrazione è al corrente delle norme del Pd in materia di autofinanziamento e di effettive “contribuzioni da parte di soggetti nominati dalla Provincia in ragione delle indennità corrisposte in seguito alla nomina”.

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