Pd e post-comunisti, lì dove abbondano veleni e vecchi attrezzi

Questo secondo numero di nonmollare è dedicato a Stefano Rodotà. Stefano faceva parte del Comitato di Presidenza onoraria della Fondazione Critica liberale e ha partecipato a molte iniziative politiche da noi organizzate. Ripubblichiamo integralmente una sua magistrale relazione sui “diritti dei lettori” di alcuni anni fa. L’argomento “informazione” lo ha sempre interessato e ha visto anche la sua partecipazione attiva come Garante della privacy. Leggete il suo saggio, rimarrete colpiti come i problemi siano rimasti identici, solo in condizioni aggravate. Conoscendo la sua passione per la laicità delle istituzioni e pensando a lui, abbiamo anche avanzato una proposta per un intergruppo parlamentare proprio sulle questioni laiche (il progetto è nel fascicolo). Per il resto, troverete le solite radicali analisi sui problemi politici del nostro disgraziato paese. 

di Enzo Marzo

Il dna dei post-comunisti non si smentisce mai. Lo conferma la scienza. Quel “combinato disposto” di opportunismo e di cinismo si riafferma in ogni occasione. Prendiamo le interviste a due leader storici diessini, entrambi, assieme a D’Alema e a Rutelli, sono stati i massimi responsabili della catastrofe della sinistra italiana degli ultimi venticinque anni. Gli storici saranno assai severi con il ceto politico che essi hanno rappresentato. Il primo è Piero Fassino.

Durante un’intervista al Corriere della Sera mostra d’essere scioccato dagli esiti disastrosi delle Amministrative, ma il mestiere gli consiglia di non abbandonare a “botta calda” la nave e così rassicura il suo segretario che «è stato legittimato dalle primarie… la leadership non è in discussione». Detto questo, riprende fiato e squaderna tutto il solito repertorio da vecchio mestierante della politica, lo stesso copione zeppo di vuoto che fa perdere voti a valanga. Incalzato dalla giornalista che gli chiede qual è la sua proposta per il futuro, non ha esitazioni: «Aprire un grande cantiere per elaborare un progetto riformista che dica agli italiani come vogliamo rimettere in moto la crescita, offrire opportunità ai giovani, rilanciare l’Europa, affrontare l’immigrazione e sicurezza. Definiamo il progetto e, a partire da lì, saremo in grado di costruire un nuovo centrosinistra e il perimetro delle alleanze». Ci dispiace che abbia dimenticato la crisi della giustizia o della scuola, o il completamento della Salerno-Reggio Calabria, il quadro sarebbe stato più completo.

Siamo storditi dalle parole di Fassino, che non ha appreso nulla dalla cocente personale sconfitta alle Comunali di Torino. O forse non ci capiamo più niente noi: ma le primarie del Pd non si sono svolte due mesi fa? Non è stato rieletto Renzi? E Fassino non è stato tra i suoi più accaniti sostenitori? Noi amiamo molto l’utopia del “mondo alla rovescia”, ma al Nazareno si esagera. Il «grande cantiere», Fassino lo vorrebbe aprire dopo quello che pomposamente loro chiamano Congresso ma che è una semplice conta di iscritti, passanti, cinesi e prezzolati vari, tutti computati nelle cantine del Nazareno. Nei paesi civili di solito si vota dopo una discussione generale su mozioni che impegnano i contendenti. Non prima. Fassino conferma la leadership e annovera le primarie come fonte di “legittimazione”, ma poche righe dopo afferma che però è necessario un «nuovo centrosinistra», evidentemente il centrosinistra di Renzi è diventato vecchio negli ultimi due mesi.

Ma Fassino è un dilettante al confronto di Walter Veltroni. Che ci va giù duro: «Il Pd non ha più un’identità». L’ha persa in otto settimane? Possibile? Correte a cercarla, non deve essere lontana. Altra mazzata: «L’alternativa alla destra deve essere fatta sentire». Parole sante. Non capiamo come, però: reiterando gli inciuci dalemiani e veltroniani? Il Pd un’identità ce l’ha. E molto riconoscibile. Paradossalmente è più precisa di quel quadro confusissimo degli anni precedenti, messo su dai leader post-comunisti. Non è solo cialtroneria parolaia, è verdinianamente un progetto di destra che ha ripreso e rilanciato molti slogan berlusconiani, conditi da demagogia e da difesa di interessi ben riconoscibili. Altro che «alternativa alla destra». Il tutto incarognito da velleità autoritarie di manomissione della volontà elettorale e della costituzione. Di cui hanno fatto giustizia sia i cittadini italiani sia la Consulta. Purtroppo però sembra che gli elettori italiani ancora tengano all’adagio “diffidate delle imitazioni”, e stiano tornando a chi ha il copyright della demagogia. Oggi si direbbe, del populismo di massa.

Veltroni si è svegliato rintronato. La legnata elettorale gli fa dimenticare che poche settimane fa ha votato come segretario di «un partito senza identità» proprio Renzi, di aver votato Sì al referendum costituzionale, di aver assecondato quella mostruosità che era l’Italicum, blindatura per legge della veltroniana “vocazione maggioritaria”, di non aver fiatato quando la maggioranza governativa si è allargata al segretario organizzativo di Forza Italia. Ecc.

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