‘Ndrangheta in Lombardia, fra boss e politici un solo grado di separazione. “Se ti chiedono un favore non puoi dire no”

Un solo grado di separazione fra ‘ndrangheta e vertici politici in Lombardia. Si chiama Antonino Lugarà, tra i più noti costruttori di Seregno, importante comune brianzolo. Da un lato Lugarà organizza incontri a cui partecipano Mario Mantovani (Forza Italia, già vicepresidente della Regione Lombardia, legatissimo a Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni), Massimo Ponzoni (ex assessore regionale, anche lui di Forza Italia coinvolto in una miriade di casi giudiziari), Edoardo Mazza (sindaco di Seregno, anche lui di Forza Italia, sostenuto anche dalla Lega nord), nonché importanti dirigenti sanitari, come Giorgio Scivoletto (direttore dell’Asl 1 della Lombardia, vicino a Mantovani). Dall’altro si rivolge a esponenti della criminalità organizzata per dirimere controversie d’affari e, in un caso, per cercare di recuperare gioielli sottratti da ladri ignoti in casa della figlia. Tra i personaggi che incontra c’è anche Giuseppe Morabito, nipote del celeberrimo capo della ‘ndrangheta di Africo Giuseppe Morabito, ‘u tiradrittu. E figlio di Domenico, ammazzato nel paesino aspromontano nel 1996, mentre si trovava sull’auto dei carabinieri che gli avevano appena messo le manette.

Antonino Lugarà, nato 65 anni fa a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), è finito in carcere per corruzione su ordine del Tribunale di Monza, mentre per il sindaco Mazza sono stati disposti i domiciliari. Mantovani, già sotto processo per corruzione per questioni legate alla sanità lomabarda, è di nuovo indagato, sempre per quel reato. Alla base delle accuse, una tipica vicenda di urbanistica “contrattata”, secondo quanto hanno ricostruito i carabinieri di Milano. Un’area, detta “ex Dell’Orto”, accatastata come produttiva e da far diventare commerciale, per poterci costruire sopra il Centro commerciale In’S Supermercati Spa. L’area era stata acquistata da Lugarà per 2,5 milioni di euro, con la certezza in tasca, secondo gli investigatori, della provvidenziale modifica nella destinazione d’uso. Alla base dell’operazione, scrive il gip di Monza Pierangela Renda,  “l’accordo preso prima dell’elezione del Mazza, per una più celere risoluzione della pratica urbanistica, al fine ultimo di consentire al Lugarà di perseguire i propri interessi privati”. Con la complicità di numerosi funzionari comunali. Merce di scambio, secondo gli inquirenti, voti e sostegno elettorale da parte dell’imprenditore, storico sostenitore del centrodestra seregnese. Lugarà, in particolare, si sarebbe impegnato “a procurare consenso elettorale e l’appoggio politico durante la campagna del maggio-giugno 2015 per l’elezione del sindaco di Seregno”. Assicurando al giovane Mazza anche il sostegno di un pezzo da novanta come Mantovani.

Fin qui una storia di (presunto fino alla sentenza definitiva) malaffare ordinario. A Seregno e dintorni, però, c’è la presenza radicata di un altro malaffare, quello dei boss calabresi trapiantati in Brianza. Nella campagna elettorale finita al centro dell’inchiesta, molti dei protagonisti di questa vicenda – Lugarà, Mazza, Mantovani… – si sono ritrovati a un incontro conviviale nel bar  “Tripodi pane & caffè”, a cui poi è stata revocata la licenza per ordine della prefettura, dato che fra i gestori figurava Antonino Tripodi, arrestato nella maxi-inchiesta anti-ndrangheta Infinito del 2010 e poi condannato per vari reati (non per mafia). Sono seguite fiaccolate antimafia, ma anche tensioni e minacce. Ora, da un seguito dell’indagine Infinito svelato oggi con un ordine di custodia per 13 persone disposto dal Tribunale di Milano, i rapporti a lungo chiacchierati dell’imprenditore Lugarà prendono sostanza.

In particolare, annotano gli investigatori, il 29 dicembre 2015 Lugarà incontra Giuseppe Morabito, il nipote, del tiradrittu, al bar “Gelati e Caffè Fino” di Seregno. Che cosa si dicano non è dato sapere, ma dalle intercettazioni del prima e del dopo emerge con chiarezza che l’imprenditore si rivolge a Morabito per tentare il recupero di oggetti rubati in casa della figlia pochi giorni prima. Diversi personaggi del giro calabrese si attivano, e alla fine stringono il cerchio sui parenti di una domestica, ma dalle indagini non emerge come si sia conclusa la vicenda. Attraverso un intermediario, Lugarà coinvolge Morabito anche in una controversia a proposito di un quadro, e la malcapitata controparte è riempita di botte. Morabito, al telefono con l’intermediario, spiega come terrorizzare la vittima, in caso accampasse nuove pretese sul dipinto: “Per quanto riguarda il quadro digli… ‘il quadro ce l’hanno gli altri africesi” … hanno detto di andare a prenderlo”. Le carte riportano altre richieste di intervento dei calabresi arrivate da Lugarà: su una compravendita di cavalli, su un inquilino moroso. Il costruttore grande sponsor del centrodestra seregnese  è perfettamente consapevole della natura dei suoi interlocutori, tanto che al telefono si sfoga col figlio: “Gianni, io non voglio mischiarmi perché dopo se ti vengono a chiederti un favore che non gli puoi dire di no… quando si presentano lì, ‘dovete assumercene uno’”. Per gli inquirenti è “evidente che i rapporti fra l’imprenditore e autorevoli esponenti della ‘ndrangheta si inseriscono nel quadro di quella fitta rete relazionale di cui l’organismo criminale si giova per i suoi scopi”. Tirando quella rete, ma appena un po’, si arriva in fretta a quelli che per molti anni sono stati i vertici della politica lombarda. Con un solo grado di separazione.

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