Musei, nella manovrina spunta il “salva-direttori”: un emendamento ad hoc che reinterpreta la legge di 16 anni fa

A distanza di 24 dal polverone nella “manovrina” spunta l’antidoto alla sentenza del Tar che ha bocciato le nomine del ministro Dario Franceschini per la direzione di cinque musei. Il rimedio legislativo passa per una diversa interpretazione di una norma di ben 16 anni fa. E’ un comma aggiunto in discussione in Commissione Bilancio all’art. 22 della manovra, il numero 7bis, che supera la sentenza del tribunale amministrativo del Lazio fornendo un’interpretazione nuova del decreto legge 2001 sulla base del quale nel 2014 si è proceduto alle nomine dei direttori stranieri poi cassate. Vicenda sgradita a Matteo Renzi, tanto da indurlo a rammaricarsi per non aver riformato i tribunali regionali che “hanno trasformato l’Italia nella Repubblica del cavillo e del ricorso”, imbarazzante per il ministro Franceschini al punto di bollare la vicenda come “una figuraccia davanti al mondo”. Ed ecco che in una manciata d’ore il Pd si mobilita e corre ai ripari.

L’emendamento, a firma del relatore Mauro Guerra, dice che “Nella procedura di selezione pubblica internazionale” non si applichino i limiti previsti dalle norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze della P.a, che impediscono ai cittadini Ue di accedere a posti che implichino “esercizio diretto o indiretto dei poteri ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale”. Ergo: i direttori possono restare. Un’intervento tempestivo, perché il ministero dei Beni Culturali in forza della sentenza del 24 maggio ha designato altrettanti direttori supplenti. E a questo punto bisognerà vedere se avranno più diritto di restare i neonominati e o quelli rinominati per legge.

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