Media & Regime – Il Fatto Quotidiano

Media & Regime – Il Fatto QuotidianoCodice Antimafia, il Mattino a lutto per l’approvazione: e in prima pubblica la giustizia portatrice di morteLa Confessione, il lato oscuro del successo attraverso 4 interviste di Peter GomezRai, dalla commissione Vigilanza lo stop al conflitto di interessi tra viale Mazzini e gli agenti delle star. Fico: “Nuova epoca”Agrigento, gip convalida il sequestro preventivo del dossier su AlfanoRai, Maggioni: “Nessuno ha detto che ci trasferiamo a Milano. Presto nuove iniziative nel capoluogo lombardo”Rai, Sala: “Serve chiarezza. Si acceleri progetto per rafforzare la presenza a Milano”Fake news? No, misinformazioneM5S, Crozza-Grillo presenta il nuovo sistema operativo del movimento: “Ecco Dima-iOS”Informazione in tv, quando si fa politica con la cronaca neraStriscia la notizia compie 30 anni, Greggio e Iacchetti: “Nuove veline belle e brave. Insulti razzisti? Ignoranza”Premio Campiello su Rai 5, la cultura in tv diventa spettacolo scadenteConsip, è tutto un gridare al golpeVaccini, i fatti e la propaganda sul decreto dell’obbligo. Su Fq Millennium in edicolaFake news, quanto vale il business? “Fino a 1000 euro al giorno”. Paragone: “Bufale si diffondono dove c’è sfiducia nei media”Editoria, il sindacato contro la Santanché: “Realizza Visto e Novella 2000 senza giornalisti violando legge e contratto”Mentana: “Haters sui social? Agli avvelenatori di pozzi e a chi scrive fesserie bisogna rispondere a tono”Piazzapulita, Formigli: “Preoccupato dal clima d’odio. Noi contro le bufale dei politici”. “Gabanelli? Venga a La7”Facebook, multa da 1,2 milioni del Garante spagnolo: ‘Non protegge i dati degli utenti’Buondì Motta, c’è anche la terza vittima. Ma questa volta l’asteroide non c’entraStrupri di Rimini e giornalismo sciacallo, quello di Libero non è dovere di cronacaInternet haters, campagna di Myrta Merlino contro l’odio sui social. “Andremo a cercare chi insulta”Io sto con Milena Gabanelli. Firma la petizione per riportare in Tv la giornalistaIntercettazioni, niente post-it e scioperi: quasi tutti i giornali ignorano il bavaglio del PdC’è lo stupro di serie A e lo stupro di serie B?Comunicazione, settore in calo e condizionabile. E Lo Stato è sempre più presente

http://www.ilfattoquotidiano.it News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia Thu, 28 Sep 2017 14:31:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/28/codice-antimafia-il-mattino-a-lutto-per-lapprovazione-e-in-prima-pagina-pubblica-la-morte-della-giustizia/3882897/ http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/28/codice-antimafia-il-mattino-a-lutto-per-lapprovazione-e-in-prima-pagina-pubblica-la-morte-della-giustizia/3882897/#comments Thu, 28 Sep 2017 11:36:51 +0000

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Chi stamattina ha preso una copia del Mattino in edicola si sarà chiesto: qualche tragedia è avvenuta nella notte? Quale calamità naturale ha provocato una strage? Il terremoto?  E se sì, dove? Non si spiega altrimenti quell’enorme morte con tanto di falce pubblicata in prima pagina dal quotidiano diretto da Alessandro Barbano. Poi, però, il […]

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Chi stamattina ha preso una copia del Mattino in edicola si sarà chiesto: qualche tragedia è avvenuta nella notte? Quale calamità naturale ha provocato una strage? Il terremoto?  E se sì, dove? Non si spiega altrimenti quell’enorme morte con tanto di falce pubblicata in prima pagina dal quotidiano diretto da Alessandro Barbano. Poi, però, il lettore si sarà accorto che sotto quella funerea vignetta compare anche una didascalia: La nuova giustizia. Sì perché quella luttuosa prima pagina è dedicata niente meno che all’approvazione definitiva del Codice Antimafia.

Una è la novità introdotta nella riforma maggiormente osteggiata dal quotidiano di Napoli: l’estensione della disciplina della confisca dei beni anche per chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione, e quindi per chi finisce nel mirino della giustizia per corruzione, concussione, terrorismo.  Una norma che l’editoriale pubblicato in prima pagina definisce addirittura come “una legge che offende la libertà“. Il motivo? Si tratta di” un pericoloso e costante slittamento della nostra democrazia, ossia del governo del popolo, verso un governo dei giudici. Basta scorrere i giornali. Siamo tra quelli che pensano o si illudono di pensare che il compito dei giudici (che mi ostino a tenere ben distinti dai pubblici ministeri) sia quello di giudicare, ossia quello di emettere verdetti all’esito di un giusto processo. Ci illudiamo”, scrive nel suo articolo il professor Giovanni Verde, professore di Procedura Civile presso alla Luiss di Roma ed ex vicepresidente del Csm negli anni ’90.

Secondo il docente “oramai il processo è uno strumento marginale. O meglio è la stessa idea del processo, come luogo in cui la parte fa valere le sue ragioni con tutte le garanzie che una civiltà evoluta come la nostra deve o dovrebbe garantire, è tramontata. Sul contenzioso tra privati incombono le esigenze dell’economia. Non ci possiamo consentire il lusso di processi a tutto tondo e, oltre tutto, essendo un popolo incline al contenzioso, è necessario debellare il cancro della litigiosità, che ci fa perdere alcuni punti di Pil. E allora il processo, quello con la P maiuscola, va celebrato come strumento residuale. Bisogna trovare altre strade per comporre le liti, e il legislatore ci sta provando da anni con tenacia”. Mistero su quali siano le altre “strade per comporre le liti”: forse la legge del taglione? O il codice Hammurabi? Ma soprattutto: cosa c’entra tutto questo con l’approvazione di una riforma? Il Codice Antimafia può piacere o meno, ma la morte della giustizia è un’altra cosa.

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L’idea è quella di un’intervista lunga e approfondita, in cui le domande si fanno tutte non per condannare, ma per capire. È con questo spirito da cronista da sempre interessato all’animo umano, alle sue debolezze e ai suoi errori, che ho deciso di affrontare per la prima volta dopo molti anni un programma televisivo non […]

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L’idea è quella di un’intervista lunga e approfondita, in cui le domande si fanno tutte non per condannare, ma per capire. È con questo spirito da cronista da sempre interessato all’animo umano, alle sue debolezze e ai suoi errori, che ho deciso di affrontare per la prima volta dopo molti anni un programma televisivo non da ospite, ma da conduttore. Il risultato lo giudicherete voi se mi seguirete l’11 e il 18 ottobre alle 23.30 sul canale Nove (tasto 9 del telecomando) del digitale terrestre. Cercando di aprire uno squarcio sull’Italia di questi anni intervisterò Emilio Fede e la medaglia d’oro del fondo, poi squalificata per doping, Alex Schwazer (mercoledì 11 ottobre), Lele Mora e l’attrice Vittoria Schisano (mercoledì 18 ottobre), che prima di diventare donna era un attore. Assieme ai miei colleghi di Loft, nuovo ramo della Società Editoriale Il Fatto dedicato alla produzione televisiva, e agli amici di Discovery Italia ho pensato che fosse giusto dedicarsi all’altra faccia del successo. Quella che non appare mai o che diventa evidente solo dopo scandali e indagini giudiziarie. Convinto come sono che il mio mestiere di giornalista mi imponga sempre di raccontare il mondo per quello senza però mai dimenticare che il mio racconto farà poi pensare e riflettere.Sono davvero curioso di conoscere il vostro giudizio su quello che siamo riusciti a fare. E spero che chi tra voi mi seguirà alla fine possa dire di aver scoperto qualcosa che prima non sapeva o semplicemente di aver trascorso un’ora diversa dal solito. Ci vediamo sul Nove l’11 e il 18 ottobre. Fatemi sapere.

“La confessione” (4 episodi da 30 minuti)  il format realizzato da Loft Produzioni per Discovery Italiasarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play). NOVE è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 145 e Tivùsat Canale 9.

Nello stesso periodo della messa in onda de La Confessione su NOVE, sarà online l’applicazione Loft per la distribuzione in abbonamento di format e contenuti esclusivi.

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Stop ai conflitti di interessi tra la Rai e gli agenti che gestiscono le carriere di artisti e conduttori tv. L’ha deciso oggi la commissione Vigilanza, dando vita, secondo il presidente Roberto Fico (M5S), a “una nuova epoca”. La risoluzione, che porta il nome del deputato dem Michele Anzaldi, è stata approvata all’unanimità, nonostante alcuni commissari del Partito Democratico avessero […]

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Stop ai conflitti di interessi tra la Rai e gli agenti che gestiscono le carriere di artisti e conduttori tv. L’ha deciso oggi la commissione Vigilanza, dando vita, secondo il presidente Roberto Fico (M5S), a “una nuova epoca”. La risoluzione, che porta il nome del deputato dem Michele Anzaldi, è stata approvata all’unanimità, nonostante alcuni commissari del Partito Democratico avessero chiesto al relatore di apportare alcune modifiche al testo. Per questo lo stesso Fico aveva accusato il governo di voler sabotare l’approvazione del documento. Al momento del voto, però, il Pd si è mostrato compatto.

Per porre fine allo “strapotere degli agenti delle star” – così l’aveva definito Fico – la Rai non potrà più affidare la produzione di programmi a società controllate o collegate a manager che rappresentano artisti presenti negli stessi programmi. Il divieto vale anche nel caso in cui la società di produzione faccia capo allo stesso artista. Altra novità è che non si potranno più contrattualizzare nello stesso programma più di tre artisti rappresentati dallo stesso agente. Viale Mazzini, inoltre, non potrà co-produrre film con società di cui siano titolari agenti che rappresentino artisti al lavoro nella tv pubblica.

La Rai dovrà anche stabilire dei criteri per accertare l’originalità dei format e per impedire che format esterni vengano utilizzati per aumentare ingiustamente i compensi di artisti, conduttori e giornalisti. Le parcelle dei manager, invece, saranno rese note sul sito della Rai. Infine, l’azienda presieduta da Monica Maggioni dovrà riservare una quota di investimenti alle produzioni cinematografiche indipendenti e dedicare maggiore attenzione ai giovani autori attraverso una “apposita struttura aziendale”.

Nei giorni scorsi Fico aveva denunciato un tentativo di sabotaggio del testo da parte del governo. Il presidente della Vigilanza aveva detto che la commissione era “sotto assedio” e che Roma stava tentando di metterle i bastoni tra le ruote. “Il sottosegretario allo Sviluppo economico Antonello Giacomelli è intervenuto per dire alla commissione di non preoccuparsi perché questa materia deve essere regolata dalla legge. Guarda caso lo dice proprio adesso, dopo che per cinque anni non ha mai presentato uno straccio di norma al riguardo”, aveva dichiarato Fico, senza risparmiare critiche nemmeno a Viale Mazzini: “Per correttezza istituzionale avevamo chiesto alla Rai un parere sulla bozza di risoluzione. Anziché delle osservazioni, però, ci hanno inviato un vero e proprio testo alternativo, cosa che considero un’ingerenza senza precedenti e che rispedisco al mittente – aveva aggiunto Fico – Oltretutto le modifiche proposte dalla Rai servirebbero palesemente a rendere la risoluzione inefficace, perpetuando un blocco di potere che da anni influenza palinsesti e produzioni della tv pubblica”.

Ora le polemiche hanno lasciato spazio alla soddisfazione per l’approvazione del testo. “È una delle questioni fondamentali che come presidente della Vigilanza Rai ho posto fin dal primo giorno e su cui la Commissione ha lavorato in questi anni”, ha scritto su Facebook Fico. Il presidente della Vigilanza si è guadagnato anche i complimenti del candidato premier per il M5S Luigi Di Maio – “Traguardo storico, avanti così!” – che arrivano a pochi giorni dall’assenza dello stesso Fico dal palco di Italia a 5 stelle.

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Il gip di Caltanissetta Gigi Modica ha convalidato il sequestro nelle edicole di Agrigento delle 6mila copie della pubblicazione “La banda Alfano e la procura a delinquere“. Erano venti pagine formato lenzuolo, a colori e con fotografie, sulle quali l’avvocato antimafia e ambientalista Giuseppe Arnone ricostruiva un’occupazione quasi “militare” del potere esercitato senza controlli dagli alfaniani nella […]

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Il gip di Caltanissetta Gigi Modica ha convalidato il sequestro nelle edicole di Agrigento delle 6mila copie della pubblicazione “La banda Alfano e la procura a delinquere“. Erano venti pagine formato lenzuolo, a colori e con fotografie, sulle quali l’avvocato antimafia e ambientalista Giuseppe Arnone ricostruiva un’occupazione quasi “militare” del potere esercitato senza controlli dagli alfaniani nella provincia di Agrigento. Pagine che per il sostituto procuratore di Caltanissetta, Davide Spina, hanno oltraggiato il ministro degli Esteri, e per questo aveva disposto il sequestro preventivo eseguito (solo per tre ore) il 27 agosto scorso. Ora è arrivato il provvedimento di convalida del gip, “drasticamente contrario all’articolo 21 della Costituzione che vieta tassativamente il sequestro preventivo di libri, giornali e manifesti”, denuncia Arnone.

L’avvocato lunedì si è presentato davanti al Tribunale di Caltanissetta che ha disposto il sequestro, con uno striscione di protesta che raffigura il ministro Alfano e il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Un giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo in tutte le edicole di una pubblicazione/dossier a carattere politico, anzi a carattere politico giudiziario”, sottolinea Arnone. L’avvocato ha chiesto l’intervento del ministro Orlando, “che dovrebbe avere il dovere di inviare immediatamente gli ispettori“.

L’avvocato Arnone, noto da tempo per il suo impegno sul fronte della lotta agli abusi nella Valle dei Templi, era rimasto in carcere e poi ai domiciliari più di due settimane nel novembre scorso. La Procura di Agrigento lo aveva accusato di estorsione e il gip aveva convalidato l’arresto. Accusa smontata prima dal Tribunale del Riesame che ne ordinò la scarcerazione e poi dalla Cassazione. Arnone da cinque anni era in conflitto aperto con alcuni magistrati della stessa Procura di Agrigento.

Nella pubblicazione di Arnone “vengono mosse pesanti accuse – anche per reati gravissimi e con l’utilizzo di espressioni di carattere estremamente forte – a un consistente numero di politici, personaggi pubblici vari e magistrati per una serie estremamente lunga di vicende”, si legge nell’ordinanza di convalida del sequestro preventivo. “Per tali motivi viene disposto in via d’urgenza il sequestro preventivo della pubblicazione summenzionata – scrive il gip – essendoci fondati motivi per ritenere che la libera circolazione degli stessi, possa aggravare le conseguenze dei reati” di calunnia e di oltraggio a magistrati.

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“Nessuno ha detto che la Rai si sposta a Milano. A Milano abbiamo una serie di iniziative in corso in questo momento e grandi programmi, come quello di Fazio partito ieri sera. Milano è attrattiva anche per la Rai e a brave ci saranno una serie di nuove iniziative, produzioni e direzioni che potrebbero avere […]

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“Nessuno ha detto che la Rai si sposta a Milano. A Milano abbiamo una serie di iniziative in corso in questo momento e grandi programmi, come quello di Fazio partito ieri sera. Milano è attrattiva anche per la Rai e a brave ci saranno una serie di nuove iniziative, produzioni e direzioni che potrebbero avere luogo a nel capoluogo lombardo. Quando con il diretto gene saremo arrivati al progetto definitivo ve lo racconteremo. Con gli esponenti della Lega Nord abbiamo parlato c’era solo una questione con la commissione di vigilanza che doveva sbloccare gli spot. Adesso è tutto nella norma e sotto controllo”. Così Monica Maggioni, presidente Rai, a margine della presentazione del Prix Italia

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“Io vorrei incontrare a breve presidente e direttore generale della Rai, la soluzione non può essere una sola, a parte la localizzazione fisica, ma anche in termini di contenuti. E’ tempo che anche loro dicano con maggiore chiarezza se hanno intenzione di portare qualcosa di più a Milano, cosa che ovviamente mi troverebbe totalmente a […]

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“Io vorrei incontrare a breve presidente e direttore generale della Rai, la soluzione non può essere una sola, a parte la localizzazione fisica, ma anche in termini di contenuti. E’ tempo che anche loro dicano con maggiore chiarezza se hanno intenzione di portare qualcosa di più a Milano, cosa che ovviamente mi troverebbe totalmente a favore e potremmo anche supportarli in questo processo. Il mio colloquio era con Antonio Campo Dall’Orto. Ho lasciato tranquillo il suo successore per un po’, adesso è il momento di riaffrontare la questione”. Così il sindaco di Milano, Beppe Sala, a margine della presentazione di Pix Italia 69.

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Rassegnatevi: viviamo in un mondo di finzione. Non parlo della fedeltà più o meno appurata del vostro partner, ma dell’universo di informazioni che ci avvolge e ci guida nelle nostre scelte, anche quelle più delicate. Il più delle volte inconsapevolmente. La notizia per voi oggi è che le ‘fake news’ non esistono. Perché? Perché, molto […]

L’articolo Fake news? No, misinformazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Rassegnatevi: viviamo in un mondo di finzione. Non parlo della fedeltà più o meno appurata del vostro partner, ma dell’universo di informazioni che ci avvolge e ci guida nelle nostre scelte, anche quelle più delicate. Il più delle volte inconsapevolmente.

La notizia per voi oggi è che le ‘fake news’ non esistono. Perché? Perché, molto semplicemente, non esiste la realtà. Esistiamo noi, naturalmente, unità percettive del mondo che ci circonda ma è questa l’unica cosa che, secondo ragione, possiamo definire realtà. Questa infatti è tale solo ed esclusivamente per noi che la percepiamo con i nostri sensi e la elaboriamo con il nostro cervello.

La tesi, suggestiva e supportata dai più recenti studi sulle neuroscienze, è bene esposta da Andrea Fontana nel suo libretto #iocredonellesirene, scritto proprio come un hashtag. Quella che scambiamo ogni giorno per realtà, è quella che Fontana chiama ‘conoscenza finzionale a struttura sospesa’, sintomo certo delle ultime conquiste tecnologiche e dei nuovi scenari sociali, ma da sempre residente nei nostri neuroni. Credere che esista una realtà al di fuori di noi è un atteggiamento mentale proprio di uomini del XIX secolo, ma non ha nulla a che vedere con l’attuale mescolanza di vero-finto che rappresenta lo stato effettivo delle nostre conoscenze oggi.

Vi sembra inverosimile?

Prendiamo la mappa della metropolitana di Londra. E’ realtà? No. Rappresenta l’effettivo dipanarsi delle varie linee della metropolitana? No. E’ una copia fedele del territorio di Londra? No. Eppure grazie a quella mappa così finzionale e simbolica riusciamo a spostarci per Londra con sicurezza, senza perderci. Ecco una fake news assolutamente vera.
Siete tornati dalle vacanze e le state raccontando agli amici? Oppure dovete pensare a cosa dovrete fare l’indomani? Non state facendo altro che creare una controfattualità, qualcosa che non esiste più o non esiste ancora, ma che per voi è ancora o è già realtà.

Come è possibile? Il fatto è che il nostro cervello è strutturato evolutivamente per generare continue e assolute fake news che ci aiutano a sopravvivere.
Ma c’è di più. In #iocredonellesirene Fontana fornisce dati scientifici: il cervello umano, grazie all’invenzione di finzioni, produce ossitocina, il cosiddetto ormone della felicità (pensate alle favole della buona notte di una volta). Il meccanismo che rende tanto appetibili le fake news è proprio questo. Non c’è vero o falso, ma solo uno stimolo appagante. La sua forza non è nel dimostrare che qualcuno ha complottato – per esempio – l’11 settembre, ma nel mostrare a noi stessi che quella cosa impossibile sarebbe possibile.

Il fatto che notizie assurde possano apparirci plausibili dipende poi da quello che gli psicologi chiamano ‘blending emozionale’.
E’ sempre il cervello ad operare a nostra insaputa, mescolando incessantemente ricordi, sensazioni, emozioni, significati di tutto ciò che percepiamo attraverso i nostri sensi. Il risultato è la nostra esclusiva ‘realtà emozionale’.

Cosa volete aspettarvi dunque quando navigate su multiformi canali e piattaforme tecnologiche che con i loro stimoli attivano in voi i più svariati ricordi ed emozioni di cui avete persino perduto la memoria? I neuroscienziati hanno anche scoperto che quando siamo online, raggiungiamo uno stadio mentale simile al sogno a occhi aperti (day dreaming ed eyes wide shut: Kubrick aveva capito tutto!).

Non è un caso che la quasi totalità delle fake news ci arrivino proprio online (esclusi i titoli di Libero…). Quello che davvero conta per una notizia è l’intensita del coinvolgimento, non i fatti.
Dei fatti reali non sapete davvero nulla, tanti sono i rimbalzi e le manomissioni che un singolo fatto subirà prima di arrivare a voi. Conseguenza diretta di questo è la fine dell’illusione di agire seguendo la propria ragione. Come hanno capito da decenni gli esperti di marketing ciò che conta nelle nostre decisioni è l’emozione. E’ questa che ci fa spasmodicamente cercare a posteriori una giustificazione logica alle nostre azioni o alle nostre credenze. A dominare davvero la nostra epoca online non sono altro che il fantastico e una narrazione credibile che superi la realtà dei fatti spesso deludente (in quanti hanno voluto credere alle favole renziane o a quelle berlusconiane precedenti?).

Secondo la giornalista Claire Wardle, che lavora per First Draft News, non-profit dedicata alle sfide che l’era digitale pone in termini di fiducia e veridicità, sostiene che oggi l’informazione classica non esista più, sostituita da due entità: la disinformazione e la misinformazione. La prima è la deliberata creazione di notizie false per scopi politici o commerciali, la seconda è la diffusione involontaria di informazioni false (diffondete!! Massima importanza!!).

Oggi nessuno di noi entra mai a contatto direttamente con un fatto originale, a meno che non gli accada in prima persona. Anche voi in questo momento siete indotti a credere a ciò che avete letto finora. Credete alle sirene?

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Nel corso della prima puntata della nuova stagione di Fratelli di Crozza,  in onda sul Nove, Luigi Di Maio per volere di Beppe Grillo si trasforma in Di MA-iOS e diventa il sistema operativo del M5S capace di rispondere a tutte le domande e che prevede fronte da 10 pollici, curvatura ai bordi, data-base illimitato e […]

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Nel corso della prima puntata della nuova stagione di Fratelli di Crozza,  in onda sul Nove, Luigi Di Maio per volere di Beppe Grillo si trasforma in Di MA-iOS e diventa il sistema operativo del M5S capace di rispondere a tutte le domande e che prevede fronte da 10 pollici, curvatura ai bordi, data-base illimitato e riconoscimento facciale.

Live streaming, episodi completi e clip extra su Dplay.com

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di Alberto Parmigiani I telegiornali Mediaset danno più spazio dei telegiornali Rai alle notizie di cronaca nera. Lo fanno soprattutto quando è il centrosinistra a governare. E nel 2009 una vera e propria campagna di informazione ha aperto la strada al pacchetto sicurezza. Crimini e misfatti al telegiornale L’influenza del potere politico sulla televisione italiana è […]

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di Alberto Parmigiani

I telegiornali Mediaset danno più spazio dei telegiornali Rai alle notizie di cronaca nera. Lo fanno soprattutto quando è il centrosinistra a governare. E nel 2009 una vera e propria campagna di informazione ha aperto la strada al pacchetto sicurezza.

Crimini e misfatti al telegiornale

L’influenza del potere politico sulla televisione italiana è nota. La Rai è governata dagli anni Ottanta da un meccanismo di spartizione dei tre canali pubblici, a seconda della forza dei partiti, in Parlamento e nel governo. Mediaset è controllata dal suo fondatore Silvio Berlusconi, rimasto sempre azionista di maggioranza.

La questione si ripropone anche per le notizie di cronaca nera trasmesse dai telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset, che abbiamo analizzato per il periodo dal 2005 al 2015. Innanzitutto, una premessa. Le televisioni degli altri principali paesi europei trasmettono meno notizie di questo tipo – quasi la metà nei telegiornali pubblici: 4,7 per cento del tempo contro l’8 per cento italiano (fonte: Osservatorio sulla sicurezza). In più, la narrazione del crimine nella televisione italiana è slegata dal reale andamento del tasso di criminalità, come emerge (figura 1) dal confronto a livello mensile tra il numero di notizie sui diversi tipi di reato (dati: Osservatorio di Pavia) e il numero di reati denunciati (dati: ministero dell’Interno).

In Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, l’opinione pubblica ritiene il centrodestra più capace di affrontare efficacemente il tema della sicurezza. La domanda è allora se le notizie di cronaca nera, al netto del numero di reati denunciati, seguano un andamento legato a eventi della politica italiana, come le campagne elettorali o l’alternanza dei diversi governi. Quest’ultima variabile è importante perché la coalizione di maggioranza ha il controllo, seppur indiretto, della televisione pubblica e in particolare del primo telegiornale Rai, il Tg1.

L’analisi ha messo in evidenza che:

  • Mediaset trasmette un numero maggiore (20 per cento in più) di notizie di crimini della Tv pubblica; e si arriva fino al 43 per cento in più per i servizi sui reati violenti, come omicidi, lesioni dolose e violenze sessuali;
  • le notizie di cronaca nera seguono un ciclo elettorale, ma l’aumento rispetto a tutti gli altri periodi non è particolarmente elevato (6 per cento) e non riguarda i reati violenti. Accade sia sui canali Rai che su quelli Mediaset;
  • nei periodi in cui Silvio Berlusconi non è stato al governo, la differenza tra canali privati e pubblici per il numero di servizi sui crimini è più alta (14 per cento) rispetto a quando il leader del centrodestra è presidente del Consiglio. Anche in questo caso, il divario aumenta per i reati violenti (21 per cento).

I dati ci permettono di distinguere per la nazionalità, italiana o no, dell’autore (presunto) del reato. Ecco i risultati:

  • sorprendentemente, le notizie che riguardano i reati commessi da stranieri sono un decimo del totale, nonostante un terzo dei reati denunciati abbia un (presunto) autore non italiano;
  • rispetto alla televisione pubblica, Mediaset trasmette più notizie sui reati commessi da stranieri, ma la differenza (11 per cento) è minore rispetto al caso generale;
  • non sembrano ripetersi i risultati legati ai cicli elettorali e ai governi in carica.

L’abuso sessuale è un caso a parte

Il reato di abuso sessuale presenta alcune peculiarità nel racconto dei telegiornali italiani. Per prima cosa, Mediaset dà uno spazio di gran lunga maggiore al reato rispetto alla televisione pubblica, sia quando coinvolge italiani sia quando riguarda stranieri. Anche l’aumento della copertura durante le campagne elettorali è superiore rispetto a quello registrato per ogni altro crimine (18 per cento).

La vera anomalia riguarda, però, la presenza di alcuni picchi nella prima metà del 2009 (figura 2), non legati ad alcun particolare incremento nel numero di reati denunciati. In termini percentuali rispetto al resto del campione, le impennate equivalgono a un aumento del 65 per cento (93 per cento per gli stranieri), sempre controllando per il numero di stupri denunciati.

Gli aumenti registrati nel 2009 corrispondono tuttavia a un particolare momento politico. Nel luglio di quell’anno diventa legge dello stato il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, voluto dal governo Berlusconi. Le principali novità della legge riguardano il reato di immigrazione clandestina, l’estensione del periodo massimo di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione e l’introduzione delle ronde cittadine con poteri di polizia e controllo del territorio.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pur firmando il testo, non di meno ne aveva sottolineato la “disomogeneità e la estemporaneità di numerose sue previsioni”, a suo giudizio “frutto di un clima di concitazione e di vera e propria congestione”.

Questo clima è stato, almeno parzialmente, creato ad arte manipolando l’informazione su uno dei reati più odiosi, l’abuso sessuale.

In conclusione, lo studio dimostra che le reti dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mettono il tema della criminalità al centro dell’agenda politica, con un numero di servizi nei telegiornali della sera molto alto e superiore a quello sulla Tv pubblica.

La tendenza aumenta nei periodi in cui il centrosinistra, percepito come debole su questo argomento, guida o è parte integrante del governo. In particolare, durante il quarto governo Berlusconi, Mediaset è stata usata come meccanismo di trasmissione di una campagna di informazione volta a creare nell’opinione pubblica un clima favorevole all’approvazione di norme restrittive sull’immigrazione.

È un’ulteriore prova dell’anomalia italiana nel rapporto tra media e politica e della necessità di norme che regolino il conflitto di interessi.

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Striscia la notizia taglia il traguardo dei trenta. Lunedì 25 settembre parte, infatti, la 30esima edizione del tg satirico di Canale 5. “Siamo qui da tanto tempo. Striscia piace perché non tradisce mai il pubblico, ogni anno sorprende e porta grandi risultati”, spiegano i due storici conduttori, Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti durante la conferenza […]

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Striscia la notizia taglia il traguardo dei trenta. Lunedì 25 settembre parte, infatti, la 30esima edizione del tg satirico di Canale 5. “Siamo qui da tanto tempo. Striscia piace perché non tradisce mai il pubblico, ogni anno sorprende e porta grandi risultati”, spiegano i due storici conduttori, Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti durante la conferenza stampa di presentazione. Tra le novità della nuova stagione anche le due veline: la mora Shaila Gatta e la bionda Mikaela Neaze SIlva. Contro quest’ultima, per via delle sue origini afghane e angolane, si sono scatenati molti insulti su Facebook. “L’insulto razzista è la cosa più ignorante che una persona possa fare – commentano i due conduttori – e su Facebook spesso si raduna questa gente”. Durante l’anno oltre a Greggio e Iacchetti si alterneranno alla conduzione altre coppie: di nuovo Greggio con Michelle Hunziker che poi continuerà insieme a Jerry Scotti. Infine durante la seconda parte dell’anno la trasmissione è affidata al duo comico Ficarra e Picone.

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Siamo alle solite: quando il servizio pubblico si occupa di “fare cultura” o se ne occupa nel cuore della notte (per un popolo di insonni, poco felici o molto stressati) oppure arrischia delle operazioni che deprimono quei quattro gatti (masochisti) che nella cultura ci credono ancora. Ieri sera, guardando l’imbarazzante spettacolo dedicato al Premio Campiello […]

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Siamo alle solite: quando il servizio pubblico si occupa di “fare cultura” o se ne occupa nel cuore della notte (per un popolo di insonni, poco felici o molto stressati) oppure arrischia delle operazioni che deprimono quei quattro gatti (masochisti) che nella cultura ci credono ancora. Ieri sera, guardando l’imbarazzante spettacolo dedicato al Premio Campiello (Rai 5, ore 21,15) la prima domanda che saltava in mente era se non ci fossero due conduttori più adatti? E se il giudizio sulla scelta di Enrico Bertolino vira al “scelta molto discutibile” quello che riguarda Natasha Stefanenko vira al “scelta quasi incomprensibile”.

Chiariamolo subito: non ho nulla contro Natasha Stefanenko, una brava professionista, preparata a discettare di moda e di look, ma mi chiedo: non si poteva scegliere una conduttrice in grado di parlare un buon italiano (la Stefanenko è russa, per quanto ci metta dosi massicce di buona volontà il suo italiano è stentato) e con cognizione di causa di libri? Nemmeno in un programma che dovrebbe celebrare l’amore per la lettura si riesce a volare al di sopra dei soliti cliché (mai provati dagli ascolti) che stabiliscono che la super sexy di turno alza lo share? Senza contare che l’effetto “stangona Stefanenko” (alta più di 1,80 centimetri con scarpe dal tacco 12) sfiorava il surreale-comico: tutte le donne (ma anche molti uomini) cercavano di scansarla, per non sembrare dei poveri lillipuziani. Più la solerte Stefania cercava di mostrarsi affettuosa, abbracciando tutti, più i partecipanti all’evento si davano al fugone.

E poi sarò di parte (perché parte in causa), ma ogni mia solidarietà è andata alle scrittrici che conducono per il resto dell’anno una vita di stenti (coi diritti d’autore puoi morire di fame): per una volta che avevano l’occasione per indossare un abito da sera e prendersi un po’ della luce di scena, si sono dovute confrontare (perdendo nella gara del glamour) con una sirena gigante in tulle di pizzo nero trasparente.

Ma non divaghiamo e arriviamo al punto, anzi al “Dubbio Lapalissiano”: perché una serata dedicata alla cultura non dovrebbe essere presentata da una donna (e un uomo) di cultura? Nel nostro paese abbiamo scrittici affascinanti, giornaliste preparate e attrici di teatro strepitose. Penso a Ottavia Piccolo: il suo – quando ha letto la poesia del finto poeta impegnato che poi era un cantante disimpegnato – è stato l’unico momento di vero spettacolo della serata.

Infine, due considerazioni. La prima: la cultura è anche intelligenza, nel scegliere le persone giuste al posto giusto. La seconda: per fortuna i lettori (come i telespettatori) hanno più gusto dei direttori di rete. Il premio Campiello è stato vinto meritatamente da Donatella di Pietrantonio con il suo splendido romanzo L’Arminuta. Che vi consiglio di leggere, spegnendo la tv.

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Non credo sia il caso di ricostruire ancora una volta i fatti, i riscontri obiettivi a fondamento dell’inchiesta Consip che consta di ben 5 filoni investigativi (ci ha già pensato, minuziosamente e puntualmente Marco Lillo). Mi limito solo a ricordare che ha già prodotto pochi giorni fa qualcosa di molto concreto ed inoppugnabile: una condanna […]

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Non credo sia il caso di ricostruire ancora una volta i fatti, i riscontri obiettivi a fondamento dell’inchiesta Consip che consta di ben 5 filoni investigativi (ci ha già pensato, minuziosamente e puntualmente Marco Lillo). Mi limito solo a ricordare che ha già prodotto pochi giorni fa qualcosa di molto concreto ed inoppugnabile: una condanna ad un anno ed 8 mesi, grazie al patteggiamento, per l’ex dirigente Marco Gasparri che ha fornito per centomila euro informazioni riservate sui bandi di gara ad Alfredo Romeo ed è, vale forse la pena di ricordarlo, un procedimento in corso.

E come ha tenuto a precisare su Il Fatto Quotidiano l’ex magistrato e già componente del Csm Mario Serio, in un’analisi ineccepibile che spazza via le pseudo-ricostruzioni strumentali strombazzate a pagine e reti unificate come verità inoppugnabili, in altri paesi di riconosciuta civiltà giuridica come l’Inghilterra, le interferenze su procedimenti in atto finalizzate, in parole povere, ad influenzarne il corso e l’esito inficiando in primo luogo la serenità dei magistrati, possono configurare un vero e proprio “oltraggio alla corte“.

Qui, al contrario, a seguito di una nuova fuga di notizie “ad opera di ignoti” all’interno di un procedimento avviato in forma riservata dal Csm per valutare la posizione di Henry Woodcock, contitolare a Napoli dell’inchiesta Consip ed indagato a sua volta per rivelazione di segreto d’ufficio dai colleghi di Roma, si è scatenata una gara al linciaggio dei presunti “esagitati golpisti” del Noe eterodiretti da un capo-cospiratore in toga con le impronti digitali del solito Woodcock al grido di “eversione, eversione!”. Ed in un contesto che è già difficile spiegare ad un cittadino italiano e che sarebbe pressoché impossibile far comprendere a chiunque abbia la ventura di vivere in qualsiasi altro paese europeo, è dato per scontato che su questa fuga di notizie con il contenuto dell’audizione top secret del procuratore di Modena, Lucia Musti, da cui emergerebbe in modo schiacciante l’accanimento anti-Renzi di Scafarto e di Sergio De Caprio, non si sia sollevato il benché minimo scandalo, né tantomeno siano stati oggetto di un processo mediatico o di iniziative di alcun tipo i “grandi giornali” autori di una rivelazione vietata. Ma vi ricordate cosa si è scatenato da parte degli stessi che oggi benedicono la fuga di notizie “buona” che smaschera “il trio diabolico” quando Marco Lillo ha pubblicato la telefonata di Matteo Renzi con il papi poco prima della sua convocazione dai magistrati per rispondere del traffico di influenze illecite? E nonostante che il figlio Matteo in più di un’occasione si sia compiaciuto per “l’autogol” del Fatto che pubblicandola gli avrebbe garantito una “bella figura”, anche se si è sempre tenuto alla larga dall’incontro che gli aveva proposto Marco Lillo per chiarire il riferimento a Luca (Lotti) ed il consiglio di “tenere fuori” la madre.

Chi ha avuto modo di occuparsi da Mani Pulite in poi del cosiddetto “conflitto tra politica e magistratura” e dei contorcimenti, della faziosità e del riposizionamento dei “grandi giornali” (per non parlare di tv) a seconda dell’aria che tira o dello “spirito del tempo”, come amano dire i più sofisticati non può più stupirsi di nulla. Dalle pagine intercambiabili di Stampa Repubblica, ora totalmente allineata alle testate di B. nell’invertire i ruoli tra accusati di fatti in parte già accertati o in corso di accertamento ed accusatori possibili colpevoli di errori che non inficiano l’impianto accusatorio di Consip, come ha spiegato Marco Travaglio, è tutto un rincorrere l’allarme per il disegno eversivo che mette a rischio la democrazia denunciato dallo stato maggiore renziano e un ricercare spasmodicamente la regia ed il movente.

Senza trascurare, a proposito di più o meno indebite interferenze almeno “in pectore” o vaghe pressioni su procedimenti in corso, le ricostruzioni appassionate minuto per minuto dei retroscenisti sulle aspettative di Matteo riguardo le mosse della procura di Roma: o archiviazione rapida del padre in tempo utile per la campagna elettorale o quantomeno lo stralcio, quasi fosse un atto dovuto. La “danza macabra” evocata da Mattia Feltri sulla Stampa di un paio di giorni fa e riferita al ripugnante Scafarto che sentiva “l’odore del sangue”, in perfetta  sintonia con la folta schiera di “esagitati” che da 25 anni con stili diversi e simili “risvolti eversivi” hanno scatenato “la guerra tra le istituzioni a caccia del pezzo grosso”, è quella che molti giornalisti come lui praticano abitualmente con i fatti e sembra che un numero sempre crescente di lettori se ne stia accorgendo.

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Su 31 Paesi europei, solo 11 impongono vaccinazioni obbligatorie, mentre gli altri 20 puntano esclusivamente su campagne informative e colloqui faccia a faccia con le famiglie. Tra questi ultimi figurano Regno Unito, Germania e Austria, che pure vantano elevati tassi di copertura. La strada italiana dell’obbligo, previsto dal decreto Lorenzin che in questi giorni dispiega […]

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Su 31 Paesi europei, solo 11 impongono vaccinazioni obbligatorie, mentre gli altri 20 puntano esclusivamente su campagne informative e colloqui faccia a faccia con le famiglie. Tra questi ultimi figurano Regno Unito, Germania e Austria, che pure vantano elevati tassi di copertura. La strada italiana dell’obbligo, previsto dal decreto Lorenzin che in questi giorni dispiega i suoi effetti nelle scuole per l’infanzia, è invece tipica dei Paesi dell’ex blocco sovietico, dalla Bulgaria alla Polonia, dalla Repubblica Ceca all’Ungheria. Al momento, fra i Paesi dell’Europa centro-occidentale, solo la Francia ha deciso di seguire l’Italia. I dati sono dell’European Centre for Disease Prevention and Control, l’agenzia che monitora le malattie infettive per conto dell’Unione europea (nei 28 Paesi Ue più Liechtenstein, Norvegia e Islanda). Solo tre di questi impongono un numero di vaccini maggiore rispetto ai dieci inseriti nel decreto: Lettonia (14), Bulgaria e Polonia (entrambi a 11).

Muro contro muro, tra dogmi e propaganda

Sono solo alcuni dei dati raccolti da Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez (guarda il video di presentazione del numero), in edicola da sabato 16 settembre con una serie di inchieste e approfondimenti sullo scontro tra free vax e pro vax. Un muro contro muro di dogmi e propagande contrapposte che finiscono per amplificare le bufale conclamate (una per tutte, il legame fra anti-morbillo e autismo), ma anche per affossare i dubbi leciti, compresi quelli espressi all’interno della comunità scientifica. Come dimostrano le radiazioni di medici niente affatto contrari alle vaccinazioni, ma “colpevoli” di aver espresso riserve sull’obbligo di legge e sulla modalità di somministrazione: “L’Ordine conosce le mie idee da sempre, non le ha mai contestate e anzi spesso le ha condivise”, dice a Fq MillenniuM uno di loro, Dario Miedico, già tra i fondatori di Medicina democratica e apertamente impegnato sul fronte free vax fin dal lontano 1981. La sua radiazione è arrivata tre mesi fa, ma “non mi sono ancora state fornite le motivazioni”. E un inatteso endorsement ai dubbiosi – non certo sull’utilità dei vaccini, ma sull’opportunità del decreto Lorenzin – arriva dalla moderatissima ex dc Maria Pia Garavaglia, autrice dimenticata, da ministra della Sanità del governo Ciampi, di un decreto (mai convertito in legge) che nel 1994 dava ai medici la facoltà di decidere caso per caso.

Bufale no vax e bufale di governo

Vent’anni dopo, la sua “erede” Beatrice Lorenzin (Ap) va in tv a dire che “solo di morbillo in Inghilterra lo scorso anno sono morti 270 bimbi” (Porta a Porta, 22 ottobre 2014; affermazione ripetuta in altre occasioni). Una strage degli innocenti che per fortuna non c’è mai stata (nel 2013 si registrò una sola vittima nel Regno Unito e tre in tutta Europa). Se alle bufale dei no vax si aggiungono le bufale di governo, ecco perché in Italia è diventato impossibile dibattere seriamente: da un lato la scienza che tende a minimizzare i problemi che evidentemente esistono – Fq MillenniuM racconta le storie di alcuni dei 637 danneggiati da vaccini riconosciuti dallo stesso ministero della Sanità – dall’altro le frange meno consapevoli del movimento free vax, che si affannano sul web a cercare “studi” anti-vaccini senza avere alcuno strumento per valutarne la serietà. Soprattutto a loro l’immunologo Alberto Mantovani ricorda che, se i vaccini come tutti i medicinali possono provocare danni collaterali, anche le malattie che combattono possono uccidere. Come dimostrano due casi recenti, a Monza e Roma, di bimbi non vaccinabili per gravi patologie (guaribili), che non ce l’hanno fatta perché infettati dal virus del morbillo: “Gli effetti collaterali gravi da vaccino hanno una frequenza estremamente più bassa di quelli delle malattie da cui proteggono”, afferma Mantovani. Vaccinarsi “significa proteggere la parte più debole della comunità, come i circa 1.500 bambini che in Italia sono malati di cancro”.

Basta fare un giro per l’Europa per capire che il dibattito sul decreto Lorenzin non può essere ridotto a disfida medievale fra Scienza e Oscurantismo. Il mensile del Fatto ha sentito le autorità sanitarie dei 31 Paesi monitorati dall’European Centre for Disease Prevention and Control. “Noi interveniamo nell’ambito di un sistema di consenso informato”, è stata per esempio la risposta del Department of Health britannico. E il ministero della Sanità austriaco sottolinea che “l’obbligo vaccinale interferisce con il diritto all’integrità della persona, che è fortemente garantito dalla nostra Costituzione”. La Germania ha introdotto sì un obbligo, ma di informarsi. A tutti i genitori è imposto per legge un colloquio in un centro medico specializzato. Chi iscrive i figli alla scuola dell’infanzia senza averlo fatto, rischia una multa fino a 2.500 euro. Quei bambini possono essere lasciati a casa se nelle classi si diffonde una malattia.

La morale di Carlo Rovelli: “La scienza è uno strumento”

La morale? Forse è quella tratta da Carlo Rovelli, il fisico (e cervello in fuga) famoso per le Sette brevi lezioni di fisica (ora è in libreria con L’ordine del tempo), che ha concesso a Fq MillenniuM una lunga intervista. “La scienza – afferma – non ha la risposta giusta a tutte le domande. Non è oracolare. Talvolta è discutibile. Però è uno strumento. E non usare uno strumento è una sciocchezza. Va bene dubitare e suscitare problemi. Ma non è vero che si può capire da sé dove stanno le scelte migliori”.

Ps. I primi numeri di Fq MillenniuM hanno avuto successo, doppiando il punto di pareggio dei conti. Grazie ai lettori, da questo numero possiamo permetterci di abbassare il prezzo di copertina: da 5 euro a 3,90.

Guarda il sito di Fq MillenniuM

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“Il web ha permesso a chiunque di dire la sua, ma la completa libertà ha portato altre armi di massa e di avvelenamento dei pozzi. Il problema è l’illusione del fai da te e la manipolazione di quell’illusione da parte di chi ha interesse a farlo”. Lo ha spiegato il direttore del TgLa7 Enrico Mentana […]

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“Il web ha permesso a chiunque di dire la sua, ma la completa libertà ha portato altre armi di massa e di avvelenamento dei pozzi. Il problema è l’illusione del fai da te e la manipolazione di quell’illusione da parte di chi ha interesse a farlo”. Lo ha spiegato il direttore del TgLa7 Enrico Mentana intervenendo a un convegno organizzato dal Movimento 5 stelle a Roma dedicato alle fake news e intitolato ‘Ricerca della verità, fra social media e strumenti educativi’. Tema quando mai attuale. Basti pensare che solo due giorni fa il procuratorie di Rimini Paolo Giovagnoli ha annunciato l’apertura di un fascicolo dopo che in rete sono apparse e circolare notizie false sugli stupri di Miramare. Un giro d’affari, quello delle fake news, che può raggiungere cifre altissime, come spiega Fabio Milella, del sito Bufale.net: “Una notizia falsa ma con un grande eco ha portato al proprietario circa un migliaio di euro al giorno“.  All’iniziativa hanno partecipato alcuni fra i principali esponenti del mondo dell’informazione, dell’educazione e dei social network, tra cui Gianluigi Nuzzi, Gianluigi Paragone, e Gherardo Colombo.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3856255
“Nessuno può pensare di eludere il contratto di lavoro giornalistico né immaginare di realizzare prodotti editoriali senza l’apporto di giornalisti regolarmente contrattualizzati. Tanto più se è un parlamentare della Repubblica Italiana”. Nel mirino della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti c’è la deputata di FI Daniela Santanché. Che durante l’estate ha messo […]

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“Nessuno può pensare di eludere il contratto di lavoro giornalistico né immaginare di realizzare prodotti editoriali senza l’apporto di giornalisti regolarmente contrattualizzati. Tanto più se è un parlamentare della Repubblica Italiana”. Nel mirino della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti c’è la deputata di FI Daniela Santanché. Che durante l’estate ha messo in liquidazione Visibilia Magazine e avviato la procedura di licenziamento per i giornalisti. Ma, denuncia il sindacato, “le sue riviste Visto e Novella 2000 continuano a uscire, realizzate da service esterni in violazione delle norme di legge e di contratto”.

“E, negli intenti dell’azienda – prosegue la nota -, dovrebbero continuare a uscire in futuro senza i giornalisti dipendenti, nei confronti dei quali è stata aperta la procedura di licenziamento collettivo e dopo aver unilateralmente dichiarato la chiusura della Cassa integrazione in essere”.  La Giunta della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e la Consulta delle Associazioni Regionali di Stampa, riunite a Roma, “sono costantemente vicine ai colleghi dei settimanali Visto e Novella 2000 e si oppongono con forza alla strategia che Visibilia ha messo in atto”.

Il sindacato dei giornalisti italiani “chiede all’editore chiarezza nella gestione di questa partita e il rispetto delle regole. Diffida il liquidatore di Visibilia Magazine dall’eludere il contratto giornalistico e le norme generali sul lavoro e sugli ammortizzatori sociali, ora e nel caso di eventuali e già ventilate ipotesi di cessione dell’azienda o delle testate”. La Fnsi, insieme all’Associazione Lombarda dei Giornalisti, “vigilerà e agirà in tutte le sedi a difesa degli interessi dei colleghi di Visto e Novella 2000”.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3854935
“Gli ‘haters’ in rete? Bisogna stanarli. Io ho sempre detto che noi giornalisti non possiamo pensare di stare sulla torre d’avorio con l’informazione ufficiale, mentre ormai le idee e i commenti si incrociano sui social. Bisogna andare e combattere”. Così il direttore del TgLa7, Enrico Mentana, ospite de L’Aria che Tira (La7), risponde a Myrta […]

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Gli ‘haters’ in rete? Bisogna stanarli. Io ho sempre detto che noi giornalisti non possiamo pensare di stare sulla torre d’avorio con l’informazione ufficiale, mentre ormai le idee e i commenti si incrociano sui social. Bisogna andare e combattere”. Così il direttore del TgLa7, Enrico Mentana, ospite de L’Aria che Tira (La7), risponde a Myrta Merlino sul carisma iconico che riveste su Facebook, per la sua nota abitudine a replicare ai provocatori 2.0, donde il nome di una pagina a lui dedicata, “Enrico Mentana blasta la gggente”. Viene mostrato il post di Matteo Camiciottoli, sindaco di Pontinvrea (Savona), il quale, in riferimento a uno dei stupratori di Rimini, Guerlin Butungu, ha scritto la scorsa settimana: “Potremmo dargli gli arresti domiciliari a casa della Boldrini magari gli mette il sorriso, che ne pensate?”. Mentana lo ha definito “cretino” proprio sul social, motivo per cui Camiciottoli ha annunciato querela nei suoi confronti. “Ovviamente non è che passo il tempo a insultare le persone, ci mancherebbe altro” – puntualizza il giornalista – “Scrivo quello che penso, rispondo alle persone che fanno domande civili, ma a quelli che vogliono instillare l’odio e scrivono fesserie, evidentemente perché sono avvelenatori di pozzi, bisogna rispondere a tono. Peraltro questi sono gli stessi che ti vogliono dare una sberla, nascondendo la mano, e se tu gli restituisci la sberla, si mettono a frignare, chiedendoti come ti permetti”. E chiosa: ” C’è, insomma, un doppio standard: noi possiamo giustamente essere criticati su tutto, però abbiamo anche il diritto di rispondere e di dire la nostra. La forza delle idee, in un confronto, non sta nello stare zitti, ma nel proporre le proprie

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3854496
Tornerà in onda giovedì 14 settembre alle 21.10 su La7, con un reportage da Raqqa, già roccaforte e “capitale” dell’Isis, la nuova stagione di Piazzapulita. Ad anticipare quali saranno le tematiche della nuova stagione è stato lo stesso conduttore Corrado Formigli, nel corso di una conferenza stampa a Roma, al museo Maxxi: “Il nostro programma […]

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Tornerà in onda giovedì 14 settembre alle 21.10 su La7, con un reportage da Raqqa, già roccaforte e “capitale” dell’Isis, la nuova stagione di Piazzapulita. Ad anticipare quali saranno le tematiche della nuova stagione è stato lo stesso conduttore Corrado Formigli, nel corso di una conferenza stampa a Roma, al museo Maxxi: “Il nostro programma si pone al crocevia tra la politica internazionale e quella nazionale. Difficile leggere i fatti nazionali senza guardare oltre i nostri confini”, ha spiegato. “Viviamo un momento di imbarbarimento. La sconfitta dell’Isis, che tutti speriamo avvenga il prima possibile, si porterà pure una scia di imbarbarimento pericolosa. Non sapremo mai quante saranno le vittime civili di questa guerra”, ha continuato Formigli. 

Un clima d’odio che per Formigli, con le “dovute proporzioni”, si ricollega anche a quanto avviene in Italia e in Europa, anche sul tema dell’immigrazione: “Dobbiamo evitare questo clima. Minniti? Sta facendo il suo lavoro da ministro dell’Interno, ma esiste un problema etico: qual è il prezzo che noi paghiamo per fare argine all’immigrazione? Se ci disinteressiamo di cosa accade in Niger, Libia e Mali ci sarà un problema etico grave del quale dovremo rispondere”, ha continuato Formigli al Fattoquotidiano.it.

“Punteremo su inchieste e serietà del prodotto giornalistico. Cercheremo di difenderci dalle bufale dei politici”, ha poi aggiunto Formigli, ricordando quali saranno gli aspetti su cui punterà Piazzapulita. “Ho paura che la politica soffi sul clima d’intolleranza e sulle paure rispetto a tutto ciò che non è ‘nostro’. Cercheremo di spegnere questo clima di paura quando ci sembrerà immotivato”, ha continuato. 

Per poi concludere sul caso Gabanelli: “Se sposo la petizione del Fatto per riportarla in Tv? Io firmerei un appello per portarla a La7“, ha ironizzato. “Lei è una grandissima giornalista, ma se tornerà in Rai ne sarò felice uguale. Perché pago il canone come tutti e voglio vederla in onda”, ha concluso Formigli.

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Il Garante della privacy spagnolo (Aepd) ha multato Facebook per 1,2 milioni di euro (corrispondenti a 1,44 milioni di dollari) per non aver impedito agli inserzionisti pubblicitari di accedere ai dati dei propri utenti. L’Agenzia iberica per la protezione dei dati ritiene che Facebook abbia raccolto informazioni personali da parte dei suoi utenti in Spagna senza ottenere il […]

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Il Garante della privacy spagnolo (Aepd) ha multato Facebook per 1,2 milioni di euro (corrispondenti a 1,44 milioni di dollari) per non aver impedito agli inserzionisti pubblicitari di accedere ai dati dei propri utenti. L’Agenzia iberica per la protezione dei dati ritiene che Facebook abbia raccolto informazioni personali da parte dei suoi utenti in Spagna senza ottenere il loro “consenso inequivocabile” e senza informarli su come tali dati sarebbero stati usati.

Sempre secondo l’Autorità, Facebook avrebbe raccolto dati sull’ideologia, il sesso, le credenze religiose, i gusti personali o la navigazione,  senza informare chiaramente gli utenti sull’utilizzo e lo scopo della raccolta. Inoltre tramite i cosiddetti cookies, Facebook raccoglie anche dati da persone che non dispongono di un account nella rete sociale ma navigano sulle pagine ove è presente il bottone “like”.

Il Garante ha affermato che la politica sulla privacy di Facebook contiene dei termini generici e poco chiari e non raccoglie in modo adeguato il consenso dei suoi utenti, cosa che costituisce una grave violazione delle norme sulla protezione dei dati. Fra le altre cose, è stato accertato che Facebook non rimuove i dati personali che raccoglie dal suo database, anche quando un utente lo richiede e che tali dati vengono conservati per i 17 mesi successivi alla chiusura dell’account.

L’importo di 1,2 milioni di euro in realtà è dunque estremamente contenuto se si considera che globalmente Facebook ha registrato ricavi pubblicitari per 9,2 miliardi di dollari nel secondo trimestre ed una capitalizzazione di borsa di circa 435 miliardi di dollari.

Non è la prima volta che Facebook incorre nella “scure” delle autorità indipendenti europee. L’11 maggio scorso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) italiana ha condannato WhatsApp Inc. al pagamento di sanzioni per 3 milioni di euro per aver indotto gli utenti di WhatsApp Messenger ad accettare integralmente i nuovi termini di utilizzo, inducendo i nuovi iscritti a ritenere che “sarebbe stato, altrimenti, impossibile proseguire nell’uso dell’applicazione”, qualora non avessero accettato la condivisione dei loro dati personali con Facebook.

Il 16 maggio 2017, invece, il Garante della Privacy francese ha condannato Facebook Inc. e Facebook Ireland Ltd., in via solidale, al pagamento di 150.000,00 euro per non aver informato in modo adeguato gli utenti in merito alle modalità e agli scopi del trattamento effettuato sui loro dati personali e per avere proposto pubblicità mirata in assenza di una base legale che lo consentisse.

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Terza puntata della serie di spot del Buondì Motta, la campagna pubblicitaria incentrata sulla parodia surreale di una famiglia perfetta, che all’improvviso viene sterminata da un meteorite. Nelle precedenti due pubblicità a essere colpiti erano prima la mamma poi il papà. Ora invece la vittima non fa parte della famiglia e a schiacciarla non è un meteorite arrivato […]

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Terza puntata della serie di spot del Buondì Motta, la campagna pubblicitaria incentrata sulla parodia surreale di una famiglia perfetta, che all’improvviso viene sterminata da un meteorite. Nelle precedenti due pubblicità a essere colpiti erano prima la mamma poi il papà. Ora invece la vittima non fa parte della famiglia e a schiacciarla non è un meteorite arrivato dal cielo. Il video, c’è da scommetterci, è destinato ad alimentare le polemiche nate dai primi due e a diventare virale sul web.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3848004
La terribile storia di Tiziana Cantone a certi scafisti della stampa populista non ha insegnato proprio nulla. Pubblicare i dettagli dello stupro di Rimini vuol dire violentare la vittima una seconda volta, candidandola, se mai verrà identificata – e c’è solo da sperare che ciò non avvenga neppure in Polonia – al linciaggio del web, suo […]

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La terribile storia di Tiziana Cantone a certi scafisti della stampa populista non ha insegnato proprio nulla. Pubblicare i dettagli dello stupro di Rimini vuol dire violentare la vittima una seconda volta, candidandola, se mai verrà identificata – e c’è solo da sperare che ciò non avvenga neppure in Polonia – al linciaggio del web, suo e dei suoi mostri. Credo che qualche “collega” dovrebbe chiedere scusa ai genitori della ragazza polacca violentata a Rimini. Concordo in pieno con la dichiarazione che oggi si legge sul sito della Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e sostengo l’esposto sottostante nella speranza che ad alcuni sciacalli venga messa, almeno per qualche tempo, la museruola.

«Due volte vittime. Per avere subito violenza sessuale di gruppo e dover subire in seguito anche quella di un giornalismo senza scrupoli che pubblica la trascrizione dei verbali con i dettagli più raccapriccianti dello stupro. È quello che ha fatto il quotidiano Libero con un articolo a sei colonne sugli stupri di Rimini a una turista polacca e a una transessuale peruviana».

Per quell’articolo le Commissioni pari opportunità della Fnsi, dell’Ordine e dell’Usigrai e l’associazione Giulia annunciano di aver presentato un esposto ai Consigli di disciplina degli Ordini della Lombardia e del Lazio in merito a come il quotidiano diretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi.

«Non si può invocare il diritto di cronaca – spiegano le giornaliste – di fronte a una palese violazione della deontologia professionale che con il Testo unico dei doveri del giornalista impone loro, a tutela della dignità della persona, di non “soffermarsi sui dettagli della violenza”. Un giornalismo che decide di divulgare, nel dettaglio, tutti i particolari, anche i più intimi, della brutale aggressione, vuole ammiccare alla curiosità morbosa dei lettori e far leva sul sensazionalismo, incurante del diritto delle vittime alla privacy e del rispetto dovuto alle vittime. Che si trovano a subire un ulteriore atto di abuso nella loro sfera intima».

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Una campagna virale con l’hashtag #odiolodio e l’impegno a inviare i propri giornalisti a cercare gli haters “per chiedere di ripetere quello che hanno scritto, spiegarlo, avere un confronto“. La giornalista di La7 Myrta Merlino ha annunciato che la nuova stagione televisiva del programma L’Aria che tira vedrà quest’anno al centro di ogni puntata la campagna di sensibilizzazione sul […]

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Una campagna virale con l’hashtag #odiolodio e l’impegno a inviare i propri giornalisti a cercare gli haters “per chiedere di ripetere quello che hanno scritto, spiegarlo, avere un confronto“. La giornalista di La7 Myrta Merlino ha annunciato che la nuova stagione televisiva del programma L’Aria che tira vedrà quest’anno al centro di ogni puntata la campagna di sensibilizzazione sul problema della violenza verbale e dell’offesa gratuita sui social network. Alla prima puntata, lunedì 11, sarà in studio la presidente della Camera Laura Boldrini, che in agosto ha fatto sapere che denuncerà chi la fa oggetto di “quotidiane sconcezze, minacce e messaggi violenti”, quasi tutti a sfondo sessuale.

“Proverò a riunire su una legge i parlamentari che frequentano L’aria che tira“, spiega in un’intervista al Corriere la giornalista. E “ogni giorno darò una grafica con i peggiori post. Che siano persone comuni, anonimi, politici, devono tutti vergognarsi. E manderemo i nostri redattori a cercarli (…) Ho il sospetto che siano tutti vigliacchi che, alla terza domanda pacata che gli fai, tacciono”. Laura Boldrini “ha tutele, io ho tutele”, aggiunge la Merlino. “Il direttore dell’Espresso Tommaso Cerno ha potuto fare una causa in America lunga due anni”. Mentre chi non ha la possibilità di fare lunghe cause per ottenere giustizia non ha mezzi per difendersi. “Noi che siamo più esposti, e che siamo ancora persone sensibili, abbiamo la responsabilità di fare una battaglia anche per chi ha meno mezzi, meno avvocati”.

Nel corso della stagione verranno organizzati approfondimenti con esperti all’interno della trasmissione e sarà promossa una campagna virale supportata dall’hashtag #odiolodio.  Inoltre, sarà avviata una call to action per dare uno spazio di ascolto a chi si sente vittima dell’odio sul web.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=3847622
Milena Gabanelli lavora da 35 anni per la Rai. Negli ultimi 20, fino a pochi mesi fa, ha ideato, animato e condotto Report, fiore all’occhiello del videogiornalismo di inchiesta, ora affidato ai suoi migliori allievi. Poi le è stata affidato il portale digitale di informazione Rai e vi si è dedicata con la consueta passione e […]

L’articolo Io sto con Milena Gabanelli. Firma la petizione per riportare in Tv la giornalista proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Milena Gabanelli lavora da 35 anni per la Rai. Negli ultimi 20, fino a pochi mesi fa, ha ideato, animato e condotto Report, fiore all’occhiello del videogiornalismo di inchiesta, ora affidato ai suoi migliori allievi. Poi le è stata affidato il portale digitale di informazione Rai e vi si è dedicata con la consueta passione e professionalità. Ma quel progetto è rimasto sulla carta, per le incomprensibili (o forse fin troppo comprensibili) resistenze dell’azienda pagata con i nostri soldi, ma teleguidata dai partiti. Per non dover ammettere di aver cacciato anche lei, ultima di una lunga lista di proscrizione che va dall’èra Berlusconi all’èra Renzi, i vertici Rai le hanno fatto una proposta che, per dignità, doveva rifiutare: la condirezione di Rainews24, testata e sito semiclandestini con un pugno di collaboratori scelti da altri. E la Gabanelli, sempre per dignità, si è posta in aspettativa non retribuita: cioè – checchè ne dicano i minimizzatori dei partiti e della stampa al seguito – fuori dalla Rai.

Noi pensiamo che qualunque emittente del mondo libero sarebbe orgogliosa di avere la Gabanelli tra le proprie file e di metterla in condizione di lavorare al meglio. Il suo nome è uno dei pochi motivi validi rimasti a giustificare il canone e la qualifica di “servizio pubblico” per quello che è sempre più un servizietto privato dei partiti. Negli ultimi anni la Rai ha fatto di tutto per perdere la Gabanelli e alla fine ci è riuscita. Missione compiuta, nel silenzio omertoso di destra, centro, sinistra e dei grandi giornali, che ora giocano a dipingerla come una donna capricciosa e umorale per non chiamare le cose con il loro nome.

Siccome noi cittadini siamo i veri proprietari della Rai, vogliamo rompere questo muro di silenzio e di assuefazione, rivendicare il nostro diritto a un’informazione pubblica libera e indipendente (soprattutto nell’anno delle elezioni ) e smascherare il giochino di chi tenta di ridurre questo ennesimo scandalo a normale routine burocratica, contrattuale o caratteriale. Perciò lo diciamo forte e chiaro: noi stiamo con Milena Gabanelli e la rivogliamo subito in televisione.

Firmiamo per portare la giornalista al lavoro in Rai

Peter Gomez, Antonio Padellaro, Marco Travaglio

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Niente post-it gialli, nessun editoriale di fuoco, di uno sciopero generale dell’informazione neanche l’ombra. Se nel 2010 il black out totale di quotidiani, radio e televisioni aveva dato la spallata fondamentale alla stretta sulle intercettazioni del governo di Silvio Berlusconi, questa volta la reazione al bavaglio della stampa italiana è molto più tiepida. Anzi, per […]

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Niente post-it gialli, nessun editoriale di fuoco, di uno sciopero generale dell’informazione neanche l’ombra. Se nel 2010 il black out totale di quotidiani, radio e televisioni aveva dato la spallata fondamentale alla stretta sulle intercettazioni del governo di Silvio Berlusconi, questa volta la reazione al bavaglio della stampa italiana è molto più tiepida. Anzi, per la verità, di reazione neanche si può parlare. Soltanto Repubblica, tra i grandi quotidiani, apre per il secondo giorno consecutivo sulla questione.

Dopo aver dato per primo la notizia della bozza del ddl inviata dal guardasigilli Andrea Orlando ai procuratori italiani (che prevede la tassativa esclusione dei virgolettati delle intercettazioni nelle ordinanze dei magistrati, sostituite “soltanto dal richiamo al loro contenuto”, cioè semplici riassunti) il quotidiano diretto da Mario Calabresi intervista direttamente il ministro della Giustizia. A Liana Milella Orlando spiega di essere pronto a modificare la bozza del ddl sulle intercettazioni di cui “non riconosce la paternità”, ma non dice una parola sui limiti all’uso dei trojan, programmi che permettono di entrare nei cellulari, grazie ai quali sono emersi nell’inchiesta Consip i rapporti tra Tiziano Renzi e Alfredo Romeo.

Se nel 2010 il quotidiano di Carlo De Benedetti era il capofila della protesta contro il bavaglio di Berlusconi, però, adesso l’atteggiamento è molto più sobrio: niente post-it gialli allegati ad ogni articolo di cronaca giudiziaria, nessuna chiamata alle armi del mondo della stampa ma semplice cronaca parlamentare. Non si occupa nemmeno di quella, invece, La Stampa di Maurizio Molinari, seguita a ruota dal Corriere della Sera, dal Messaggero, dal Giornale. Nel 2010 il quotidiano di via Solferino pubblicò un editoriale della sua giudiziarista di punta, Fiorenza Sarzanini, intitolato: “Una libertà che è di tutti“. A questo giro la Sarzanini è a Firenze a seguire la brutta storia dei carabinieri accusati di stupro dalle studentesse americane, titolo di apertura del Corriere, ma anche della Stampa: entrambi i quotidiani ignorano totalmente la questione intercettazioni. Paradossalmente, a dedicare ben una pagina alla bozza del ddl Orlando è un quotidiano economico, cioè Il Sole24Ore, che ci apre la sezione Norme&Tributi. Filippo Facci su Libero scrive del bavaglio nella sua rubrica, ma per festeggiare: “Addio intercettazioni, finalmente“, si titola il suo pezzo. Unico giornale a parte Repubblica a mettere in prima pagina alla bozza di riforma delle intercettazioni è La Verità, che alla questione dedica la prima, la seconda e la terza pagina. Attenzione, però, perché l’editoriale firmato dal direttore Maurizio Belpietro è tutt’altro che antibavaglio. Basta leggere il titolo: “Legge necessaria, in ritardo di 20 anni. Ma ora serve al Pd”.

Un capitolo a parte merita il Messaggero. Il quotidiano romano ignora la riforma Orlando ma intervista l’ex ministro degli Affari Regionali, Enrico Costa che nel frattempo ha lasciato Angelino Alfano per tornare in Forza Italia. Costa ha alle spalle un robusto curriculum anti intercettazioni: ai tempi di Berlusconi era il relatore della legge bavaglio, da viceministro della giustizia di Matteo Renzi è stato il primo firmatario della riforma della diffamazione a mezzo stampa. Insomma con qualsiasi governo è Costa è l’uomo giusto per mettere la mordacchia alla stampa. E infatti ieri aveva dettato alle agenzie la sua approvazione per il testo del governo. “È un’interessante base di discussione – aveva detto – sulla quale le Commissioni parlamentari potranno esprimersi. L’auspicio è che non intervengano repentini dietrofront“. Uno si aspetta: adesso il cronista del Messaggero gli chiede perché col bavaglio di Berlusconi (che poi era il suo) strillavano tutti, mentre adesso i posti sulle barricate sono quasi tutti vuoti. Sbagliato: nel giorno del bavaglio Pd, l’intervista a Costa – che di quel bavaglio è tifoso da anni – è sull’abuso d’ufficio.

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Ci si indigna per lo stupro o per le generalità dello stupratore? Questi ultimi giorni ci hanno consegnato un dibattito disgustoso, strumentale, cinico, oltraggioso nei confronti delle vittime, utilizzate per tentare di conquistare qualche voto alimentando paure, livori, razzismo. Gli eredi di coloro che applaudirono alla violenza contro la “rossa” Franca Rame hanno inveito contro il […]

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Ci si indigna per lo stupro o per le generalità dello stupratore? Questi ultimi giorni ci hanno consegnato un dibattito disgustoso, strumentale, cinico, oltraggioso nei confronti delle vittime, utilizzate per tentare di conquistare qualche voto alimentando paure, livori, razzismo.

Gli eredi di coloro che applaudirono alla violenza contro la “rossa” Franca Rame hanno inveito contro il branco di Rimini perché “nero”, simbolo dei moderni untori di manzoniana memoria.
Giornali che hanno sempre ignorato il femminicidio, e sbeffeggiato ogni battaglia per i diritti delle donne, hanno usato il tema per alimentare i pozzi dell’odio.

Questi comportamenti vanno denunciati e contrastati con durezza e determinazione, ma guai a inseguirli sulla strada della ritorsione, della contrapposizione dello stupro bianco a quello nero.

I due presunti violentatori in divisa di Firenze non sono la risposta al branco di Rimini, ma, eventualmente, la conferma di un’atteggiamento violento, diffuso, prepotente e che tende ancora a considerare la donna un oggetto da prendere e possedere, eventualmente anche ricorrendo alla brutalità.

Allo stupro, anche quello consumato dentro le mura domestiche, non vanno concessi alibi o giustificazioni; la sua riduzione a questione etnica e le strumentalizzazioni politiche e mediatiche, avranno il solo effetto di banalizzare e sfigurare una tragedia senza fine.

Non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe trascinarci nella spirale della ritorsione polemica e restiamo, sempre e comunque, dalla parte di chi ha subito le violenze, a prescindere dalle generalità dei suoi torturatori.

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Dalla ricerca Dati cumulativi di 2065 società italiane curata da Mediobanca, sono state tratte alcune considerazioni sul complesso delle principali società dei settori “Emittenza radiotelevisiva” e “Stampa–Editoria”. Va rimarcato quanto affermano i ricercatori dell’ufficio studi di Mediobanca e cioè che i dati, e quindi anche le nostre elaborazioni, vanno assunti e valutati cum grano salis, […]

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Dalla ricerca Dati cumulativi di 2065 società italiane curata da Mediobanca, sono state tratte alcune considerazioni sul complesso delle principali società dei settori Emittenza radiotelevisiva e “Stampa–Editoria”. Va rimarcato quanto affermano i ricercatori dell’ufficio studi di Mediobanca e cioè che i dati, e quindi anche le nostre elaborazioni, vanno assunti e valutati cum grano salis, come indicatori delle tendenze dell’andamento economico delle imprese. Con l’occasione si esprime il plauso all’ufficio studi di Mediobanca per il valore delle ricerche offerte al pubblico perlopiù in forma gratuita.

Il primo argomento riguarda l’andamento dei ricavi. Quelli delle principali 2065 società registrano un calo dal 2010 di -2%: dopo i buoni risultati del 2010 e 2011, la curva passa nella zona negativa. Il dato cumulato delle principali società “Emittenza radiotelevisiva” fa registrare dal 2010 al 2016 un calo di -11%. Nel 2016 c’è stata una crescita di +6%, grazie all’aumento dei ricavi da canone (derivante dal nuovo sistema di riscossione del canone, ancorato al contratto dell’energia elettrica, che ha di fatto azzerato l’evasione). Il settore “Stampa-editoria” registra un calo pesante, -32%.

Da questi dati possiamo trarre due considerazioni.

La prima è che lo Stato è sempre più presente nel settore della comunicazione, vedi il peso crescente fra le risorse televisive del canone Rai. Considerando anche le vicende della banda larga e i contributi all’editoria, c’è da domandarsi se si va verso uno Stato sempre più editore. Va anche rilevato che la crisi economica del sistema delle comunicazioni rende lo stesso più debole, quindi più condizionabile e meno libero.

L’altro argomento riguarda la produttività del lavoro. Si nota un diverso atteggiamento dei due settori nell’affrontare la crisi. Il dato cumulato delle società “Emittenza radiotelevisiva” evidenzia, in controtendenza rispetto agli altri settori, un aumento del numero dei dipendenti (+3%). Va sottolineato che la Rai ha un ruolo predominante in questo settore (con i suoi 11mila dipendenti). Nel settore “Editoria-stampa” si registra invece una drastica riduzione del personale, meno 2,9mila unità dal 2010, -20%.

Si è anche calcolato il valore aggiunto medio per dipendente, un indicatore della produttività del lavoro (il valore aggiunto è calcolato sottraendo dai ricavi gli acquisti e gli ammortamenti, e indica il contributo che la forza lavoro e il capitale danno alla produzione). Nel periodo considerato, l’indicatore del settore “Editoria-stampa” scende di -17%; più consistente è il calo del settore “Emittenza radiotelevisiva”, -40%. Per capire la gravità della situazione del settore radiotelevisivo, si consideri che il costo medio del personale, pari a 82mila euro, è inferiore al valore aggiunto medio (79mila); è come se, a mo’ di battuta, il personale non riesca a “pagarsi” lo stipendio.

Sono dati che, pur con i limiti citati all’inizio, confermano la gravità della situazione economica della Tv.

In particolare, il problema della Rai è, come rilevano diversi analisti, l’eccesso del personale. Ad aggravare la situazione c’è il nodo insoluto del buy or make. Le Tv commerciali hanno da tempo risolto l’alternativa privilegiando la prima opzione, l’acquisto di programmi già pronti per la messa in onda, per evidenti risparmi economici. La Rai tende anch’essa sempre più a preferire l’acquisto, senza però ristrutturare il proprio apparato produttivo che di fatto è sottoutilizzato (i dipendenti adibiti alla produzione sono stimati in circa 4,5mila). Va anche aggiunto che le logiche del risparmio portano alla scelta di appaltare, al ribasso, le singole attività della produzione dei programmi, causando un decadimento della qualità degli stessi programmi (la logica del risparmio ha comportato, fra l’altro, che le dirette si siano ridotte al lumicino). Nonostante l’arrivo del digitale, le qualità tecniche dei programmi (come l’audio, le luci, le scenografie) sono peggiorate.

La Rai dovrebbe cercare di attingere i benefici da entrambe le opzioni, l’acquisto e l’autoproduzione, non potendo fare a meno né dell’una né dell’altra. Per le lavorazioni di routine è verosimilmente più conveniente utilizzare le società esterne, ma le risorse interne sono quelle che hanno un know-how tecnico altamente qualificato di cui non si dovrebbe prescindere.

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