‘La festa della mamma di un’assassina’, un post che non avrei mai voluto leggere

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Giornalista e ideatrice di www.genitoriprecari.it

La festa della mamma di un’assassina, scritto dalla giornalista Deborah Dirani sul suo blog su Huffington Post è un testo che non avrei voluto leggere. Affronta un tema drammatico, quello dell’infanticidio perpetrato da una ragazzina minorenne, esponendola alla forca e alimentando un linciaggio mediatico che nulla ha a che vedere con il dolore per una vicenda tanto gravosa.

Un articolo che non aiuta, non salva, non informa, non istruisce nessuna ragazzina ad aprirsi e a scegliere strade alternative, né tantomeno la accompagna nel fare un passo avanti verso questa direzione, semmai mille indietro. È un giudizio continuo, su entrambe le madri (la prima madre e la madre della madre), senza esclusione di colpi, senza un briciolo di pietà per una vicenda talmente disumana che per questo ha bisogno di una doppia umanità.

Ci sono ragazzine che non conoscono neanche l’esistenza di ospedali in cui si può lasciare il neonato in anonimato. Questo è terribile, ma è la realtà dei fatti e dovrebbe far riflettere tutti, non soltanto la neomamma minorenne. Per questo mi sento di condividere la lettera scritta da Non una di meno alla direttrice dell’Huffington Lucia Annunziata, dove la invitano a prendere le distanze verso una narrazione violenta, che non solo espone la ragazzina alla forca, ma ricalca tutti i limiti di un società misogina, tirando in ballo solo ed esclusivamente le figure e le responsabilità individuali e femminili, sottraendo alla narrazione tutti gli altri soggetti, maschili o collettivi che siano: i padri, la famiglia, il contesto sociale.

Ognuno di noi ha delle grandi responsabilità e quelle di chi scrive non sono da meno, perché veicolano informazioni ma anche contenuti, spunti di riflessione e magari di crescita. La persecuzione augurata nel finale del post (“quindi buona festa della mamma anche a te: che questa festa ti perseguiti ogni giorno di quel resti della tua povera vita”) non fornisce nulla di tutto questo, ma suona solo come un anatema che non rende giustizia a nessuno.

Sarà perseguitata dai rimorsi quella ragazzina? Probabilmente sì, ma francamente le auguro più una presa di coscienza che una persecuzione. Avrebbe potuto trovare altre soluzioni quella bambina per la sua bambina? Certo, su questo non ci piove, ma non è questo il modo di dirglielo.

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