Italia 5 stelle, le istantanee di una svolta. Il battesimo di Di Maio, Grillo che canta (e basta) e Casaleggio regista

Luigi Di Maio battezzato tra la folla degli attivisti di Rimini mentre Beppe Grillo intona i Blues Brothers con una finta catena al collo. Davide Casaleggio regista silenzioso del nuovo corso chiuso dietro il palco. Alessandro Di Battista che con un videomessaggio commuove la piazza, quella piena come forse i grillini avevano visto solo agli inizi. L’album delle fotografie di Italia 5 stelle a Rimini, la prova generale di campagna elettorale dove il Movimento si gioca il tutto per tutto, inizia con l’elezione del nuovo capo politico e finisce con le panoramiche di una folla che è tornata ad uscire di casa per contarsi. Sono 50mila le presenze complessive nei tre giorni. L’istantanea che non c’è è quella di Roberto Fico, il deputato ortodosso che si autoescluso, fuori dalle primarie e fuori dal programma e che ha passato tre giorni in trincea. Ci sono, in piccolo tra le ultime pagine, i parlamentari con gli occhi persi che cercano di capire da che parte stare: chi fa il cordone sul palco al momento dell’incoronazione di Di Maio, chi passeggia tra gli stand alla ricerca dello spirito delle origini perduto. Chiude la foto di gruppo degli attivisti ventenni: “Dite a Luigi che la prossima volta tocca a noi”.

Luigi Di Maio
La giacca nera che cade sulle spalle a cruccia, le mani concentrate sul microfono da stringere e il discorso che si ripete da anni in testa pronunciato a braccio. Italia 5 stelle per Luigi Di Maio è stato il battesimo del bagno di folla mentre Beppe Grillo gli teneva la mano. Lo aveva già provato decine di volte: una fra tutte dal palco del Circo Massimo a Roma nel 2014 quando tutti lo sentirono e pensarono “ecco, questo studia da leader”. Più che studiare, Di Maio era già in corsa, concentrato sulla strategia migliore per avere il via libera dall’alto. Isolato come chi vuole la cima, ha una compagna che fa la differenza: Silvia Virgulti, l’esperta di comunicazione che se l’è preso sottobraccio e lo ha salvato da ogni tempesta e dopo ogni passo falso. C’era anche in questi giorni, nascosta dietro le quinte per limare il discorso e prepararlo ad ogni uscita. Il passaggio di consegne ha più incognite che certezze. Lui ci prova: a presentarsi come il padre che vuole aiutare l’Italia a fare il mediatore tra le diverse anime. Vuole essere il volto rassicurante e istituzionale del Movimento, mentre dentro di sé brucia quando vede il ribelle Di Battista che fa commuovere la piazza con tre frasi in croce. Grandi le incognite sui contenuti: ha un programma da presentare, ma se peccherà di concretezza sarà destinato a non farcela. Le insidie sono dietro le sue spalle, in quella fila di parlamentari che lo applaudono ora mentre piovono i coriandoli, ma che aspettano in silenzio di assistere alle prime cadute. Non tutti certo, mica il mondo è solo di iene, ma le squadre che si preparano a perdere più che a vincere non sono mai abbastanza compatte per i periodi bui. La piazza lo applaude, si lascia scappare anche un coretto “Luigi, Luigi”, ma il desiderio di stringergli le mani non sarà esaudito: Di Maio parla dal palco, incontra la stampa estera e non va oltre un piccolo tour tra gli stand. E’ già l’uomo delle istituzioni che sogna di guidare un movimento nato per odiarle. Lui cita Olivetti per dire che le utopie non esistono e basta la volontà. La folla spera che almeno lui ci creda.

Alessandro Di Battista
Assicura che non era studiato, che far nascere il figlio proprio in contemporanea con l’investitura di Luigi Di Maio mica si poteva programmare e che lui ancora non ha deciso cosa farà da grande. Tutto vero, ma intanto è successo. Alessandro Di Battista si è presentato sul maxischermo di Italia 5 stelle nel primo pomeriggio di sabato: camicia di jeans, la voce rotta al momento giusto e un’emozione contagiosa che ha tenuto centinaia di persone incollate a quel video che non finiva più. Per i grillini le ha azzeccate tutte: ha detto che lui odia essere il rappresentante di tutti, che ci sono persone che non vuole rappresentare, che vuole essere libero e per questo non si è candidato premier, ma pure non ha intenzione di fare ticket con Di Maio. Ha vinto senza partecipare, standosene fuori dai giochi. Hanno sospirato gli attivisti, perché quello, il guerriero come lo chiama Grillo, sarebbe stato il leader che avrebbero voluto a guidarli. Ma la piazza M5s ha imparato da Gianroberto Casaleggio che se vogliono aspirare a governare devono ingoiare i rospi e prendere le strade più dolorose. Quindi mentre commossi guardavano il messaggio di saluto del Dibba hanno sospirato in silenzio. Hanno pianto, ebbene sì è successo. Del resto lui incarna tutto quello per cui hanno scelto il Movimento: l’irruenza, la gioventù e i sogni. Lui riesce a farcela sempre: parla che sembra un attore, ma poi finisce che li convince. Alessandro Di Battista ce l’ha nel gozzo l’idea che potrebbe saltare il prossimo turno, magari per prepararsi a un altro giro come leader e questa volta davvero. Cambia idea ogni giorno e per ora ringrazia il figlio Andrea per essere arrivato nel giorno giusto (domenica) e avergli risparmiato una marea di domande.

Roberto Fico – Non se l’era immaginata così Italia 5 stelle Roberto Fico. Mesi fa lui la pensava diversa: la candidatura alle primarie, la sconfitta ma comunque accreditato per essere il punto di riferimento di una parte del Movimento e i bagni di folla con gli attivisti che lo appoggiano. Niente di tutto questo. E’ stata una trincea per Fico: chiuso in hotel a rimpallarsi le telefonate e aspettare una mediazione che non è mai arrivata davvero. Ha deciso di sfidare Grillo chiedendo di essere tolto dalla scaletta perché o ci andava con tutti i riconoscimenti oppure meglio starsene a casa. E da lì è stata una lenta caduta verso la solitudine. Al momento dell’investitura di Di Maio lui era dietro il palco, al suo fianco la fidanzata che, lei, non è una stratega della comunicazione come la Virgulti ma un’attivista della prima ora. Il futuro è contro di lui: sembra il nuovo Federico Pizzarotti destinato a essere dimenticato nella galleria dei dissidenti. Una cosa l’ha azzeccata: il silenzio. Non ha parlato, salvo qualche mugugno, con nessuno. E quel nulla risposto a ogni domanda ha fatto un casino forse pari pure al suo intervento del palco di Palermo di un anno fa quando chiese di tornare la Movimento delle origini. Non l’hanno ascoltato in molti.

Beppe Grillo
Se qualche anno fa Grillo si disse stanchino, forse ora si può definire esausto. Quando guarda Luigi Di Maio prendere in mano il Movimento davanti ai suoi occhi la sente la vocina in fondo alla testa che gli dice non sarà una passeggiata, ma non aveva scelta. Grillo è come la sua piazza, a quel posto avrebbe voluto uno come Di Battista, uno che si incatena se gli dicono di no e che il grigio come colore di mediazione tra il bianco e il nero non lo concepisce. Ma Gianroberto Casaleggio e il figlio Davide gli hanno detto che per vincere non si fa così e lui si fida. Per tutta Italia 5 stelle ha deciso di starsene dietro il palco. Ha improvvisato i Blues brothers alle 9 del mattino quando ancora gli attivisti nemmeno si erano svegliati, poi ha dato la sua benedizione al nuovo leader con una finta catena di schiavitù al collo. Ecco schiavo, lui non vuole più essere schiavo della sua creatura. Poi c’è la questione dei ricorsi e delle denunce degli espulsi: lui di quelle faccende lì non vuole più occuparsi. “Ora hanno il tuo indirizzo”, ha detto a Di Maio dal palco scherzando. Ma chi più di comico sa che lo scherzo non esiste. Grillo resta il garante per carità: torna quando vuole e ogni giorno, come da regola ormai stabilita, vigilerà su quello che i suoi faranno in Parlamento e fuori. La faccia sul progetto è la sua e piuttosto che vederlo andare a picco tornerà a sacrificarsi.

Davide Casaleggio
Dalle parti dei gazebo la chiamano la milanesizzazione del Movimento 5 stelle: il realismo e le mediazioni, l’istituzionalizzazione e i volti più eccentrici sempre lontani dai riflettori. Poi soprattutto, l’occhio al nord come bacino di voti e quindi al Sacro Graal degli imprenditori. C’è un registra dietro tutto questo e si chiama Davide Casaleggio. Il figlio del cofondatore del Movimento, se lo dimentica spesso la stampa, è uno degli attivisti delle origini: può vantare di averli visti nascere tutti a fianco del padre e ora vuole poterli indirizzare verso una crescita. La sua presenza per tutta la tre giorni è stata percettibile solo nei dettagli: chiuso nel suo ufficio dietro il palco, neppure i parlamentari spesso riescono a vederlo. E’ lui ad aver disciplinato gli accessi e ad aver richiesto una migliore organizzazione anche nella gestione dello show. Porta la sua firma ad esempio l’inserimento del nome del consigliere regionale della Lombardia Stefano Buffagni nel programma del palco: un colpo di mano che ha fatto innervosire molti, ma si dovranno abituare a vedere in giro quello che Davide considera l’esempio di come si lavora sul nord. Casaleggio ha fatto un’apparizione alla chiusura della manifestazione, ma più che altro è stato un saluto. Domande, confronti, consenso: non è cosa che lo riguarda. Davide Casaleggio segue la via del padre, ma con l’energia del giovane e forse con una furbizia in più: far passare i cambiamenti senza bisogno di imporsi o senza bisogno per forza di chiedere il permesso a qualcuno dentro il Movimento. L’anonimato gioca dalla sua parte: le cose succedono e non per forza tutti sanno il perché e chi le ha fatte succedere. E se non sai con chi lamentarti, molto spesso non lo fai.

Gli attivisti
La mamma di Omar tira fuori il cellulare dalla borsa e si mette a filmarlo mentre parla con i giornalisti. Ha 19 anni e di lavoro fa lo studente di Giurisprudenza a Napoli. “Studia da Luigi Di Maio”, lo prendono in giro gli amici. Lui arrossisce: “Noi siamo più deboli degli altri perché abbiamo paura, paura di essere delusi di nuovo dalla politica”. Vista la giovane età, probabilmente con la delusione Omar ci è nato: “Io credo in questo progetto, leggo tanto, sosterrò questo leader perché secondo me ce la possiamo fare”. Intorno a lui gli amici che lo hanno seguito nel viaggio fino al Nord, l’elettorato di ventenni che qualsiasi partito sgoloserebbe per avere intorno. Si muovono per i gazebo e le agorà, prendono la parola e si fanno conoscere dai parlamentari. “La prossima volta tocca a noi. Di Maio se lo deve ricordare”. Che abbiano ambizioni non dispiace a nessuno. A Italia 5 stelle sono tornati tutti per contarsi, come ai tempi dello Tsunami tour quando non ci credeva nessuno che ce l’avrebbero fatta. Omar non ha fretta: “Io ho tempo e pazienza, l’importante è che non mi tradiscono anche loro”.

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