Il Tar, Franceschini e il grand tour delle facce di bronzo

La magistratura amministrativa è quella più connessa al potere politico. Ogni governo, di ogni colore, gode dei suoi servigi e promuove, incarta, scarta a piacimento. Nel tempo il Consiglio di Stato è divenuto quasi una discarica per sistemare le eccedenze burocratiche (da ultima la Manzione, do you remember?).

Il Tar nasce sul cavillo, e sul cavillo cresce. Ma il cavillo ha un padre che lo genera, ed è il Parlamento. Il Tar non sentenzia per decisione propria ma su ricorso e, in genere, è chiamato a far applicare una norma, molte volte un cavillo, che la legge mette a sostegno delle ragioni dei cavillosi.

Ora è vero che la scelta di Dario Franceschini di far cambiare aria nelle direzioni dei grandi musei d’arte si è rivelata felice, azzeccata. Ma è certo che il ministro delle Attività culturali avrebbe dovuto conoscere i cavilli e le norme che il Parlamento, nel quale lui abita da anni, ha prodotto forse persino per mano di un qualche amicone di partito proprio per ostruire le scelte di rinnovamento.

Cambiare i direttori e non mutare le norme che ne avrebbero messo in pericolo quel cambio significa solo una cosa: sei un ministro arruffone.

Uscirsene con lo stupore del fanciullino di Pascoli che assiste impietrito al selvaggio machete del Tar del Lazio è atto di pura, distillata demagogia. Al grand tour delle facce di bronzo siete tutti invitati. Oggi e domani, su tv e giornali, la rassegna degli scandalizzati.

Ma mi faccia il piacere!, diceva il grande Totò.

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