Il paradosso di Matteo e il dominio degli asini selvatici

di Enzo Marzo

“Un lungo governo degli asini temperato dalla corruzione”
Benedetto Croce

Non siamo appassionati del genere, ma dobbiamo riconoscere che il buon Stephen King non aveva torto quando raccolse una serie di racconti horror in un volume dal titolo A volte ritornano. L’esergo di Croce che abbiamo messo in apertura si riferiva ai governi fascisti e stabiliva una tipologia del potere: l’onagrocrazia, ovvero il dominio degli asini selvatici. Ci siamo scivolati dentro lentamente, ma inesorabilmente. Adesso, le nuove generazioni non sanno che una volta Berlusconi chiese di poter incontrare e parlare con papà Cervi, una figura mitica della Resistenza, purtroppo morto 28 anni prima. Oppure che Bertinotti sosteneva in tv che Berlusconi era un liberale, dimostrando di non sapere assolutamente nulla né di liberali né di liberalismo. Altro che congiuntivi a casaccio. Ma gli esempi sono milioni.

Come se ci fossimo svegliati da un lungo sonno, ora ci rendiamo conto che tutta l’Italia, le sue classi dirigenti in ogni campo sono precipitati in un abisso di ignoranza e d’incapacità senza fine. Per un attimo la fanfara della retorica soft di Monti accompagnò le scelte nelle migliori università dei suoi “tecnici” più preparati. Fu quella la cartina di tornasole che anche i famosi “professori” erano impreparati, pasticcioni, conniventi persino con la criminalità in doppiopetto. Una vera truffa. Nel frattempo, i banchieri, i manager, gli alti burocrati si impegnavano e continuano a perseguire la bancarotta del paese.

Per fini di carriera o di arricchimento personale spesso, con intenti banditeschi qualche volta, e sempre accompagnati da un’incompetenza spettacolare. I nomi sono sulla bocca di tutti. Una vicenda tra le più umoristiche degli ultimi anni è stata quella di un’azienda editoriale che assegnò un bonus succulento al manager che l’aveva riempita di debiti affinché non andasse dalla concorrenza. Sarebbe stato intelligente dargli un bonus ancora più profumato, a condizione che offrisse le sua sapienza manageriale proprio alla concorrenza, per sbracarla. Non è meno ridicolo il caso esemplare della gestione catastrofica in cui è precipitata l’unica impresa industriale della Confindustria (Il Sole 24ore). Dimostrando che neppure tutti gli imprenditori italiani messi assieme sanno gestire un’impresa.

D’altronde, stanno freschi se fondano le loro previsioni sui vaticini del loro ufficio studi, come hanno fatto per minacciare conseguenze apocalittiche del dopo-referendum costituzionale. Per Alitalia stesso discorso. Una qualunque massaia avrebbe preso un treno Roma-Milano e si sarebbe accorta che la strategia degli amministratori della compagnia aerea era forsennata. E così via. Prima una goccia, poi un rivolo, alla fine la barca è ricolma d’acqua e sta lì per affondare. E siamo ridotti in tutte le statistiche europee a competere con la Bulgaria o con la Grecia per l’ultimo posto, su ventisette. Perché manca, come ad Archimede, la leva.

Su chi può appoggiarsi questo povere paese? La classe politica di destra, di centro e di sinistra è di una mediocrità persino offensiva. Siamo in piena onagrocrazia dedita a conservare per quanto possibile un potere che non sa gestire. È divertente – si fa per dire – leggere quotidianamente gli strafalcioni coperti dal turpiloquio di una falange di politici che non sanno dove abitasse Pinochet o, da presidente del Consiglio, sono convinti che la Gran Bretagna prima della Brexit stesse nell’Eurozona.

Ha ragione Scalfari quando afferma che l’unico leder politico italiano è Renzi. Noi ne conosciamo la motivazione. Perché è l’unico che in questo regime onagrocratico può rivendicare non solo una solidissima ignoranza ma anche può intestarsi un paradosso. Il “paradosso di Matteo” sarà ricordato come l’ultima versione di quello di Epimenide di Creta, che, essendo cretese, disse che “Tutti i cretesi sono bugiardi”. L’antinomia ha fatto impazzire coloro che ci si sono imbattuti.

Ugualmente Matteo Renzi, famoso per quante bugie sfacciate ha detto negli ultimi anni, in un’intervista in ginocchio del Foglio, prima spara un paio di bufale (“Prima erano tutti contro l’Italicum, ora sono tutti a favore” e “noi abbiamo fatto molto. Ma vogliamo cambiare ancora l’Europa”) e poi sentenzia da vero cretese: “Il populismo dev’essere affrontato con un’arma precisa: il coraggio della verità” e “Ce ne sono altri che proveranno a vincerle – le elezioni – facendo l’opposto: mettendo in campo il coraggio della verità”.

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