Facebook e codice penale, quando i leoni da tastiera miagolano

Sono rimasto colpito da un fatto minore, questa settimana. Vi ricordate il sottosegretario allo Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto? Tempo fa è stato criticato in modo aspro anche su questo blog, dove arrivai anche a chiederne le dimissioni per via dell’infelice compromesso raggiunto sulla legge anti-omofobia, poi non a caso mai passata all’approvazione del Senato. Le critiche a lui rivolte da questo blog però, hanno sempre tenuto alta la bandiera della civiltà e del reciproco rispetto: si discuteva di questioni squisitamente politiche, e in quel campo si sono tenute le polemiche.

Da quando esistono i social network, il numero di confronti fra uomini politici e gente comune ha avuto un incremento logaritmico e questo è un fatto assai positivo. Tuttavia, trovato uno strumento di progresso, c’è sempre qualche “personaggetto” che trova il modo di abusarne o di rovinarlo con un uso del tutto sbagliato. Sono così spuntati quelli che vengono chiamati “i leoni da tastiera”, ossia gente sconosciuta che viene sul tuo profilo Facebook o sotto al tuo articolo, con l’unico scopo non già di contestare più o meno civilmente ciò che hai detto o fatto o proposto, ma anzi con l’intento unico di insultarti, di offenderti o, nei casi più gravi, minacciarti personalmente. Forti dell’anonimato, ruggiscono, minacciano e insultano a palle incatenate. Togliete loro l’anonimato, e verrà fuori un dolce miagolio, quasi delle vere fusa.

Questo è il caso del signor Edoardo Zamarra nei confronti non solo del sottosegretario Ivan Scalfarotto, ma anche di molte altre persone, fra cui il sottoscritto. Dinanzi al suo ennesimo eccesso verbale (nello specifico, il signor Zamarra aveva minacciato l’onorevole con queste belle parole: “Che ti avvelenino con la stricnina, odioso citrullo in mostra. Puttanone vaticano”). È accaduto che il destinatario delle contumelie si è scocciato e ha sporto querela. Perché un conto è la libertà d’espressione, un altro è l’immaginifica libertà di minacciare o di augurare il peggio al prossimo: la prima c’è, la seconda no.

Come potete immaginare, dinanzi all’arrivo della letterina dell’avvocato di Scalfarotto, il signor Zamarra è capitolato a più miti consigli, scrivendo una vera e propria supplica pubblica nei confronti del minacciato, con la preghiera di rimettere la querela a fronte del riconoscimento dell’odioso comportamento, di cui sostiene di essersi pentito.

Ora, voi sapete quanto piaccia il pentimento in una società cattolica come l’Italia. Piace talmente tanto che ho deciso di parlare di questo episodio perfino io, qui. Scalfarotto ha deciso di essere magnanimo, e ha ritirato la querela. Si è preso la soddisfazione di dare il giusto risalto pubblico al pentimento del molestatore, pubblicando il riassunto della triste vicenda nel suo blog personale, citando in modo integrale la bella supplica del signor Zamarra.

Il bello viene qui: da quella lettera veniamo a imparare che il signor Zamarra è un insegnante di scuola, e la cosa, occorre ammetterlo, dona un tocco tutto surreale alla realtà di quel che andiamo descrivendo. Consapevole anch’egli del magnifico paradosso, il “prof” Zamarra chiede di dare il maggior risalto possibile alle sue parole di scuse, proprio in considerazione del suo ruolo di educatore scolastico.

Volendo senza dubbio aiutare il prof Zamarra a redimersi, do evidenza anche qui delle sue nuove parole. Però, onestamente, in me sorge un dubbio filosofico: sono un insegnante di scuola superiore pure io. Ma non mi è mai – mai – capitato di scrivere insulti o minacce a chicchessia, nemmeno fosse un iscritto a Casapound. Anche quando sono costretto a “blastare”, cerco di usare ironia e sarcasmo, non certo l’insulto, men che meno la minaccia.

Mi chiedo allora: qual è il livello professionale di un educatore adulto che suppone di poter minacciare e insultare altri adulti che non la pensano come lui? Davvero può lavorare come educatore, a contatto con adolescenti? Solo un dubbio, eh, non certo una condanna, la mia. Un dubbio alimentato ancora domenica mattina, quando per aver espresso un parere politico sulla bacheca dell’assessore al Sociale del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, mi sono subito trovato coperto di contumelie e insulti da parte di uno sconosciuto che prima si è come vantato di essere “un incivile” e, solo dopo, si è qualificato addirittura come avvocato.

Il punto allora è questo: nel caso di insulti, calunnie o minacce, la propria istruzione, il proprio titolo accademico o professionale a me appare come un’aggravante. Cioè un conto è venire presi a male parole dal primo buzzurro ignorante che incrociamo nel traffico. Un altro è se la gente si mette a ragionare, scrivere, rileggere e poi inviare insulti e minacce, magari essendo nella vita di tutti i giorni un educatore, o un avvocato. Non vi pare il mondo al contrario?

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