Faccia da mostro, muore in spiaggia dopo un malore Giovanni Aiello. Dal caso Agostino alle stragi: tutte le accuse

Si è sentito male in spiaggia, colto da un malore in mezzo agli altri bagnanti. È morto così, come un turista qualsiasi che cerca di portare a riva la sua barca, Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della squadra mobile di Palermo, finito al centro delle cronache giudiziarie con un’accusa infamante. Per almeno quattro procure, infatti, era lui Faccia da Mostro, l’oscuro personaggio con il volto sfregiato che si muoveva sullo sfondo delle stragi di mafia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. L’ex poliziotto si trovava sulla costa ionica in provincia di Catanzaro, dove da anni si era ritirato a vivere a Montauro: stava cercando di portare a riva la propria imbarcazione, ma dopo averla tirata sulla battigia si è accasciato in mezzo ai bagnanti che lo avevano aiutato. Se ne va così un uomo sospettato dai delitti più efferati: dall’omicidio del poliziotto Nino Agostino, accusa per cui la procura di Palermo aveva chiesto l’archiviazione, a un suo possibile ruolo nelle fasi preparatorie delle stragi di Capaci e via d’Amelio.

Chiaro di capelli e con una guancia sfregiata da una cicatrice sul volto – che a suo dire era il frutto di un incidente – Aiello finisce nelle indagini della procura di Caltanissetta già nel 2011. Per i pm nisseni era lui l’inquietante personaggio che ha percorso come un’ombra tutta la Palermo delle stragi, per poi scomparire definitivamente, lasciando traccia di sé soltanto dentro ai verbali di collaboratori e testimoni. Un killer a servizio di Cosa nostra con un tesserino dei servizi in tasca evocato più volte ma mai individuato. Dopo una prima archiviazione, il nome di Aiello viene nuovamente rilanciato tre anni dopo quando a indagare sul suo conto – oltre ai magistrati nisseni – sono anche i pm delle procure di Palermo, Catania e Reggio Calabria.

A tirarlo in ballo è più di un pentito: Vito Lo Forte lo fa nel novembre del  2015 davanti al giudice per le indagini preliminare Maria Pino, che stava celebrando l’incidente probatorio a carico di Gaetano Scotto e Antonino Madonia, accusati di aver ucciso il poliziotto Agostino e la moglie Ida Castelluccio, il 5 agosto del 1989. I pm palermitani hanno indagato per anni sul misterioso omicidio di Villagrazia di Carini. “Lì c’era anche Giovanni Aiello, aiutò Scotto e Madonia  a farli scappare a bordo di un’altra auto, dopo aver distrutto la motocicletta che avevano utilizzato”, è la versione del pentito Lo Forte.  Pochi mesi dopo, il 26 febbraio del 2016, era arrivato a riconoscere Aiello in un confronto all’americana, Vincenzo Agostino, il padre dell’agente assassinato, che già in passato aveva evocato la presenza di un uomo con la faccia butterata nei pressi di casa sua: “Era un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato, venne a bussare a casa mia chiedendo di mio figlio”.

Per l’omicidio Agostino, i pm avevano chiesto l’archiviazione di Aiello, che però era indagato anche per concorso esterno a Cosa nostra: sono diversi, infatti, i collaboratori di giustizia che lo dipingono come una sorta di killer a cavallo tra Stato e mafia. In più diversi testimoni lo indicano come assiduo frequentatore di fondo Pipitone, e cioè la base storica della famiglia Galatolo nella borgata marinara dell’Acquasanta: lì i boss si riunivano per discutere degli affari di Cosa nostra, da lì partivano gli ordini di morte per alcuni degli omicidi eccellenti degli anni ’80, e sempre lì i pentiti raccontano di aver visto più di una volta Aiello. “Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta quell’uomo veniva periodicamente a Fondo Pipitone, incontrava mio padre, partecipava alle riunioni con gli altri capi delle famiglie palermitane”, ha raccontato Vito Galatolo, rampollo dell’Acquasanta che ha riconosciuto Aiello in un altro confronto all’americana, come già aveva fatto la sorella Giovanna. Una serie impressionante di testimonianze che per i pm “costituisce prova insuperabile da poter ritenere Aiello in contatto qualificato con Cosa nostra (se non addirittura intraneo)”. Solo che tutti i racconti dei collaboratori di giustizia si fermano al massimo alla fine degli anni Ottanta, ed è per questo che per i magistrati anche “il reato di concorso esterno deve ritenersi estinto per prescrizione”. Sulla sua posizione avrebbe dovuto esprimersi il gip: non ha fatto in tempo.

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