Democrazia partecipativa, perché in Australia funziona e in Italia meno

Sono di passaggio in Italia e negli ultimi giorni ho avuto diverse conversazioni con amici che mi hanno reso edotto dei notevoli progressi di alcuni esperimenti di “democrazia partecipativa” dal basso attualmente in corso. Mi pare che il tutto, al di là dell’architettura esteriore, si focalizzi principalmente – se non esclusivamente – sul concetto di votazioni online per scegliere i candidati alle elezioni. A parte questo, ben poco altro ho sentito che corrobori questa sensazione di successo.

Quando vivevo in Brasile agli inizi degli anni 2000 ricordo che alcuni grandi città, tra cui porto Alegre e Curitiba, avevano adottato da tempo la metodologia del “budget partecipativo”, in cui sostanzialmente i cittadini venivano consultati e chiamati a esprimere la propria opinione sul budget presentato dal Comune per l’anno successivo. Giusto per dare un’idea, basti dire che la prima esperienza di tale tipo a Porto Alegre data il lontano 1989: quasi 30 anni fa.

Adesso che vivo in Australia, mi sto rendendo conto di quanto – al di là degli slogan politici – vi siano meccanismi molto concreti di promuovere la partecipazione dei cittadini alle scelte di gestione della cosa pubblica. Meno altisonanti e roboanti, forse, ma dotati di una capacità di impatto nella vita quotidiana delle persone che in fondo rappresenta il core business di quanto ci si aspetti dall’amministrazione pubblica.

Vi porto due esempi recenti tratti dalla vita del mio quartiere. A Melbourne ci siamo imbarcati in un progetto per rimuovere alcuni passaggi a livello sulla linea ferroviaria, che causavano importanti congestioni durante il passaggio del treno leggero. L’idea iniziale dell’amministrazione era quello di fare una skyrail (linea ferroviaria sopraelevata) in alcune stazioni, sulla premessa che tale soluzione fosse più economica e veloce da realizzare rispetto all’ipotesi di scavare dei passaggi sotto la linea ferroviaria per far transitare le macchine.

Nel momento in cui i piani sono stati resi pubblici, vari cittadini e gruppi hanno immediatamente espresso la propria contrarietà, adducendo come ragione principale l’impatto ambientale e paesaggistico che lo skyrail avrebbe avuto. Non vi è stato bisogno di organizzare dimostrazioni e picchetti, in quanto l’amministrazione ha promosso varie consultazioni popolari, invitando pro-attivamente la cittadinanza a partecipare, tramite lettera del sindaco, recapitata nella buca delle lettere di tutti gli abitanti del quartiere. Il sindaco informava circa luogo e ora della consultazione e, al tempo stesso, si fornivano i piani iniziali e una lista di pro e contro di entrambe le soluzioni considerate. Alla fine di questo round di consultazioni, il piano è stato cambiato e si è deciso di procedere alla costruzioni di sottopassaggi, perlomeno in alcuni quartieri.

Più recentemente, l’amministrazione ha presentato un piano per restringere la strada che si snoda lungo la costa, al fine di creare una pista ciclabile. Anche in questo caso, alcuni cittadini hanno obiettato. E ancora una volta mi sono trovato una corrispondenza spedita dal sindaco in cui mi si fornivano dettagli molto precisi circa il piano (compresi i numeri di parcheggi che sarebbero stati soppressi a causa della pista ciclabile e persino la quantità di vegetazione che sarebbe scomparsa a causa dei lavori), invitandomi a partecipare alla riunione programmata presso il Comune in cui il piano sarebbe stato discusso con gli abitanti del quartiere.

In Italia esistono i Consigli di zona, organismi di partecipazione, consultazione e gestione dei servizi di base secondo funzioni delegate dal Comune. Essendo fuori dal paese da qualche anno non sono certo che nel frattempo le funzioni e modus operandi dei Consigli sia cambiata ma, quando vivevo in Italia, non ricordo una sola iniziativa del Consiglio della mia zona in cui mi venivano presentati i piani inerenti al mio quartiere.

E certo non ho mai ricevuto un invito a esprimere la mia opinione e discutere faccia a faccia i piani di sviluppo della zona con i consiglieri. Perché? Paura del confronto? Mancanza di un approccio pro-attivo verso la cittadinanza? Semplice atteggiamento tattico per evitare interferenze e critiche? Forse un insieme di tutto questo, ma certo un approccio che ha sempre impedito il coinvolgimento dei molti nella gestione della cosa pubblica, a favore dei pochi che tenevano (e tengono) le fila del potere

Chiaramente mi rendo conto come gli esempi portati si riferiscano a un altro concetto di democrazia partecipativa, meno politica e più semplice e concreta. Ma devo ammettere che sto apprezzando enormemente il sistema australiano, fondato su una forte valorizzazione della comunità, dove i cittadini del quartiere vengono pro-attivamente consultati dai politici locali per verificare il gradimento e la fattibilità di certe scelte che ne influenzano la vita giornaliera.

Ho come la sensazione che questo sia il primo passo, preliminare e necessario, per porre le fondamenta di discorsi e ragionamenti più elevati, che mirano a promuovere il medesimo concetto di democrazia partecipativa, quali la selezione dei candidati online, ma che rischiano di rimanere un concetto vuoto e fine a se stesso se non supportati da un sistema di engagement dei cittadini per temi inerenti alla loro vita quotidiana.

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