Codice Antimafia, Confindustria all’attacco: “Equipara gli imprenditori ai delinquenti e mina il diritto”

“Palesemente anticostituzionale“, pronto per essere “giudicato negativamente” dalla Consulta e dai giudici europei, addirittura negativo per il diritto perché “equipara l’attività degli imprenditori a quella dei delinquenti”. A 48 ore dall’approvazione non si fermano gli attacchi al nuovo Codice Antimafia. Il motivo?  Estende la disciplina della confisca dei beni anche a chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione, e quindi a chi finisce nel mirino della giustizia per corruzione, concussione, terrorismo. Una novità che ha raccolto attacchi da parte di giuristi, politici e soprattutto imprenditori. Dopo aver criticato il nuovo Codice durante la fase di approvazione parlamentare, adesso che la riforma è diventata definitiva  il numero uno di Confindustria, Vincenzo Boccia, torna all’attacco. E inasprisce i termini. “Con il nuovo Codice Antimafia si equipara l’attività degli imprenditori a quella dei delinquenti. È un errore madornale e in questo Paese ogni mattina si deve combattere con una cultura antindustriale e iperideologica che, pensando di far bene, fa in realtà molto male al Paese intero”, ha detto il presidente di viale dell’Astronomia intervenendo dalla Sardegna dove sta partecipando alla convention Euromed del Gruppo Grimaldi.

Secondo Boccia, poi, sequestrare i beni anche a chi è accusato per reati come la corruzione “stravolge i principi costituzionali e, per l’alta discrezionalità che concede, mina il bene assoluto della certezza del diritto”. Il ragionamento del numero uno degli imprenditori, per la verità, è un po’ più generico.“Il punto di rottura – dice Boccia – si genera tra la realtà dei fatti e una visione della società anomala, in cui non si capisce cos’è un’impresa. Un imprenditore vive di reputazione, se lo rovini con la cultura del sospetto e della prevenzione non è che poi, quando lo riammetti al consesso sociale senza macchia, lo riabiliti in pieno, ormai lo hai comunque distrutto”, prosegue bollando la riforma come una manovra elettorale. “A volte – dice il presidente di Confindustria   si seguono eccessivamente i sondaggi e la pancia del Paese, prescindendo dagli interessi reali. In campagna elettorale il rischio è che si cavalchi troppo questa emotività rischiando di danneggiare gli interessi collettivi“.

Ad attaccare la riforma, però, non sono solo gli imprenditori. Ieri il Mattino era arrivato a pubblicare la morte in prima pagina per protestare contro l’approvazione del Codice. Oggi lo attaccano anche due ex membri della corte costituzionale Sabino Cassese e Annibale Marini fanno della riforma recentemente votata in via definitiva dall’aula di Montecitorio“Il Parlamento ha perduto il senso delle proporzioni. Non si sa se criticare di più ministri imbelli o parlamentari dormienti. Tanto più che erano stati messi sull’avviso dai migliori penalisti e dagli specialisti dell’anticorruzione. La conseguenza non sta tanto negli abusi possibili, quanto nella grave violazione dello Stato di diritto. Si può essere sicuri che la norma sarà giudicata negativamente dai giudici europei e dalla Corte costituzionale”, attacca Cassese in un’intervista al Quotidiano Nazionale. 

Anche Cassese attacca l’estensione della disciplina della confisca dei beni ai corrotti.  Una misura che per l’ex giudice della Consulta “non è per nulla giustificata basti pensare che l’estensione mette insieme gli indiziati di questi reati e quelli indiziati di terrorismo internazionale: l’incostituzionalità è palese. Si tratta di misure di prevenzione, adottate senza previo giudizio. Il fatto che siano adottate da un giudice dopo un contraddittorio non basta. In secondo luogo, c’è un’evidente sproporzione: si colpiscono nello stesso modo reati che presentano un pericolo sociale completamente diverso. Si può essere sicuri che la norma sarà giudicata negativamente dai giudici europei e dalla Corte costituzionale“.

D’accordo con Cassese è Marini, presidente emerito della Corte costituzionale. “Non voglio entrare nel merito, perché è giusto intervenire sulla questione mafiosa. Io pongo un problema di principi costituzionali: e questo codice è palesemente una violazione del principio di legalità, e in quanto tale incostituzionale”, dice in un’intervista al Messaggero. “Il problema principale – spiega – è che viene violato il principe di legalità, che comporta che qualunque norma debba essere disegnata in modo tale da non essere priva di una sua logica espositiva. Ecco, io vedo una serie di passaggi privi di qualunque logica, in cui si va a ruota libera”.

Una replica indiretta ai due giuristi arriva dal procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti. “Si dimentica che per applicare la misura di prevenzione non basta essere indiziati di questo reato, ma bisogna che ci sia sproporzione tra il reddito dichiarato e la disponibilità di beni da parte del proposto, che ci sia da parte del proposto l’impossibilità di giustificare la legittima provenienza dei beni”, dice il numero uno della Dna intervenendo a un convegno organizzato dalla componente Area Democratica per la giustizia dell’Anm all’Aurum di Pescara. “Queste – ha aggiunto Roberti – sono le condizioni indefettibili che naturalmente vanno vagliate molto bene: se il Parlamento riterrà di cambiare in futuro la legge avrà tutto il tempo è il modo di farlo”. Anche il numero uno degli inquirenti antimafia, quindi, non protesterebbe in caso di una modifica.

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