Codice Antimafia, Ap dà libertà di voto. Il condannato Formigoni “Sequestro beni a corrotti? Norma che ha contraddizioni”

Sequestrare i beni ai corrotti come già avviene per i mafiosi? Gli alfaniani potrebbero non essere d’accordo. Anzi, per la verità, quelle modifiche contenute nel Codice antimafia ai parlamentari di Alternativa popolare proprio non piacciono. È per questo motivo che il partito di Angelino Alfano ha concesso ai suoi parlamentari la libertà di voto sul provvedimento in attualmente discussione al Senato. “I molti di noi che non lo condividono potranno in piena tranquillità non votare questo provvedimento. Dobbiamo ascoltare le autorevolissime e perplesse opinioni dei tanti operatori del diritto che si sono espressi in questi giorni. Alla Camera chiederemo robusti cambiamenti”, ha detto il ministro degli Esteri.

E infatti tra le autorevolissime  opinioni ecco spuntare quella di Roberto Formigoni, condannato a sei anni di carcere per corruzione.  “Non voterò il provvedimento antimafia, che presenta numerose contraddizioni e numerosi limiti, fra l’altro evidenziati in questi giorni da diverse personalità ed esperti”, dice l’ex governatore della Lombardia, che era imputato anche per associazione a delinquere nello stesso processo per le tangenti nella sanità: accusa dalla quale è stato assolto. Formigoni in pratica poteva essere uno di quei soggetti a rischio sequestro dei beni se il nuovo Codice Antimafia fosse stato già in vigore, nella versione uscita da Montecitorio. La scorsa settimana, infatti, un emendamento del Pd al Senato ha modificato l’estensione delle misure di prevenzione anche a chi è accusato di reati contro la pubblica amministrazione: nel dettaglio si potranno sequestrare i beni a chi viene accusato dei reati che vanno appunto dal peculato alla corruzione ma solo se commessi con il vincolo associativo.

È per questo motivo che tra gli alfaniani contrari alla riforma c’è anche  il deputato Antonio Marotta. “Per quanto riguarda le perplessità sull’estensione delle misure di prevenzione anche per i reati attinenti alla Pubblica amministrazione nell’ambito del ddl sul codice antimafia, il gruppo di Alternativa popolare alla Camera dei Deputati ha ben chiaro quali siano i limiti di questa norma”, dice il parlamentare che per corruzione è stato anche indagato prima che il giudice delle indagini preliminari riqualificasse il reato di cui era accusato. Nell’estate del 2016, infatti, Marotta era stato coinvolto nell’inchiesta anticorruzione della procura di Roma su Giuseppe Pizza, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi famoso perché rivendicava l’uso dello storico simbolo della Dc. I pm avevano indagato il deputato alfaniano per partecipazione ad associazione a delinquere, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e riciclaggio, chiedendone l’arresto. Richiesta bocciata dal gip Maria Giuseppina Guglielmi, che non ha ritenuto sussistente l’ipotesi di associazione per delinquere, riqualificando il reato di corruzione in traffico di influenza illecita, e quello di riciclaggio in ricettazione.

Anche Marotta – insieme a Formigoni – ha in pratica ha rischiato di essere tra i destinatari della riforma del codice, almeno per come era stata iscritta a Montecitorio.  E infatti, Laura Bianconi, capogruppo degli alfaniani al Senato prende in giro i colleghi deputati. “Il provvedimento giunto dalla Camera era profondamente peggiore rispetto al testo che sarà approvato dal Senato, e proprio grazie all’intenso lavoro svolto qui a Palazzo Madama il testo è migliorato in molti punti. Perciò, consiglio ai colleghi della Camera di essere più attenti quando esaminano provvedimenti importanti”, ha detto la senatrice comunicando l’intenzione del suo partito di concedere libertà di voto a Palazzo Madama.

Un vero e proprio segnale in direzione della maggioranza che infatti prova a richiamare all’ordine gli alfaniani. “Se fossi in Alfano mi preoccuperei di non affossare un provvedimento importante per combattere le mafie che, anche con il suo contributo quando era ministro degli Interni, abbiamo costruito”, dice il senatore del Pd Franco Mirabelli, mentre anche Pierferdinando Casini annuncia di non volere partecipare al voto perché “non se la sente” di appoggiare il provvedimento. Insomma i voti per approvare le modifiche al Codice potrebbero anche non esserci. Una soluzione potrebbe arrivare in queste ore visto che il presidente Pietro Grasso ha sospeso al seduta fino alle 16 e 30. Il motivo? Il presidente della commissione Bilancio, il Pd Giorgio Tonini, dopo aver ammesso l’errore di valutazione della norma di copertura del testo, ha chiesto più tempo per consentire alla Ragioneria di fare la sua relazione sull’emendamento correttivo da introdurre nel ddl. In pratica il Codice contiene una norma sbagliata (l’articolo 32 comma 4) che parla di una copertura di 20 milioni per il triennio, ora invece verrà indicata l’esatta ripartizione della somma anno per anno (7 mln nel 2018; 7 nel 2019 e 6 nel 2020).

Intanto dopo gli attacchi del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia il provvedimento continua a ricevere critiche. Se il presidente degli industriali era genericamente contrario al sequestro di beni per i corrotti, di diverso tenore sono le critiche di giuristi e magistrati che contestano soprattutto le modifiche introdotte dall’emendamento del Pd, e cioè l’estensione dei sequestri solo per reati commessi con il vincolo associativo. Una norma “appoggiata” dal procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, ma che ha raccolto le critiche del pm della Dna, Maurizio De Lucia, e del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone. “Condivido pienamente i rilievi e le osservazioni del presidente dell’Anac Cantone in merito alla riforma del codice antimafia”, ha detto il presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, al margine del plenum del Csm, ricordando che la medesima opinione era stata espressa dall’avvocato generale Nello Rossi. Deputati indagati, imprenditori, pm antimafia, alti magistrati: anche se per motivi diversi, il Codice Antimafia sembra non piacere a nessuno.

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