Bologna, addio al “Guazza”: bestia nera della sinistra, macellaio “civico” che approfittò delle divisioni dei Ds

Prova a nominare Guazzaloca in una qualunque sezione o a una festa dell’Unità a Bologna. Per iscritti ed elettori del Partitone che fu Pci e ora è Pd il suo nome rievoca la sconfitta più amara, una débacle che non si deve mai più ripetere. È morto Giorgio Guazzaloca, il primo sindaco di Bologna che interruppe all’improvviso e a sorpresa l’albo delle amministrazioni di sinistra e di centrosinistra. Era il giugno 1999 quando il Guazza (come lo chiamano tutti in città), di professione macellaio, ex presidente della Camera di commercio ed ex leader di nazionale di Federcarni, riuscì a portare al ballottaggio la candidata diessina Silvia Bartolini, allora giovane promessa all’ombra di una Quercia dilaniata fra dalemiani e veltroniani.

Guazzaloca impostò una campagna elettorale vincente: non si presentò come uomo di destra, ma come civico di centro deciso a mettere fine a 55 anni di dominio incontrastato della sinistra. Riesce a dividere gli elettori del centrosinistra mostrandosi il vero candidato della continuità, stuzzicando la nostalgia per i bei tempi andati della città, quando ad amministrare c’era lo stesso Dozza, il sindaco partigiano e comunista di Bologna. Poi gira piazze, bar, centri commerciali. Chiunque a Bologna lo conosce e lo rispetta. E con l’appoggio determinante di Forza Italia, Alleanza nazionale e dei centristi del suo grande amico Pier Ferdinando Casini il Guazza supera la giovane concorrente (50,7 per cento) e strappa il pennone rosso da Palazzo d’Accursio, fino ad allora il vero Cremlino d’Italia. E così Guazzaloca diventa un marchio per il centrodestra in tutta Italia: all’uomo che ha fatto il miracolo di battere i comunisti nell’Emilia rossa, vengono perfino dedicati dei club in giro per l’Italia.

I cinque anni da sindaco di Guazzaloca saranno un lungo lustro di polemiche in una città, in maggioranza a sinistra, che lo guarda politicamente con pregiudizio. I Ds, scioccati della sconfitta che si sono procurati soprattutto con le loro divisioni, al primo consiglio comunale neppure si presentano. In tanti vanno contro al neo sindaco. I comitati anti-inquinamento lo accusano di fare poco per ridurre lo smog in città. I famigliari delle vittime del 2 agosto non gli perdonano di avere in giunta degli ex missini di An che vorrebbero togliere dalla lapide che commemora la strage alla stazione la dicitura “Vittime del terrorismo fascista”. Guazzaloca stoppa l’idea revisionista della sua stessa maggioranza, ma alle commemorazioni del 2 agosto è lui in persona a beccarsi spesso i fischi. Infine viene sommerso di critiche per l’installazione di un infobox in vetro e plexiglass davanti a palazzo Re Enzo: “Un mostro”, la definisce il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

Tuttavia, tra una polemica e l’altra la sinistra non ha un candidato bolognese convincente da opporgli per la rivincita. Così nel 2003 la segreteria nazionale Ds di Piero Fassino cala l’asso pesantissimo di Sergio Cofferati, il papa straniero. Il leader uscente della Cgil, quello dei grandi scioperi contro il governo Berlusconi sembra l’unico in grado di strappare Bologna, senza il minimo patema. Il Cinese si trasferisce a Bologna e passa in città un anno a fare campagna elettorale. Vince a mani basse (56% a 40%).

Ma il Guazza non molla. Ci riproverà cinque anni dopo. Ma nel 2009 il Pdl berlusconiano non lo appoggia: così l’ex sindaco porta a casa solo un discreto 12% e prende atto che il suo sogno di tornare a Palazzo d’Accursio è svanito. A turbare gli ultimi anni della sua vita arriva l’inchiesta sul Civis, il tram su gomma voluto dalla sua giunta e mai entrato in funzione. La procura di Bologna lo indaga per corruzione, ma due anni dopo, nel 2013, archivia tutto. “Non mi va di parlare di questa cosa – spiegò allora al Fatto quotidiano – penso che abbia vinto la verità”.

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