Bebe Vio testimional in tv mostra il viso senza ritocchi. E’ l’inizio di una rivoluzione?

Ci siamo più volte chiesti che bisogno ci sia di ritoccare il già bel viso di Belen Rodriguez, di assottigliare la vita della splendida e allora ventenne Claudia Cardinale, di rendere magrissime le cosce tornite di Britney Spears: il marketing aziendale, i direttori creativi delle agenzie pubblicitarie vi diranno che così rendono i soggetti ancora più “attraenti”.
Non è così.

La creazione del “modello unico” a cui i media ci hanno “quasi” abituati non risponde a ricerche di mercato in cui le consumatrici abbiano dichiarato che non potrebbero sopportare una taglia 40 anziché 36 o un filo di rughe sul viso della loro attrice preferita. La verità è che si è ideato un modello assolutamente artefatto e costruito solo sui desideri  di pochi stilisti, pubblicitari o agenzie di modelle, e lo si è fatto divenire regola.

Nessuno lo ha messo in discussione per molto tempo, ma come nel caso della fiaba “I vestiti dell’Imperatore” sempre più persone si stanno risvegliando e interrogandosi cosa significhi occultare la realtà dei corpi.

Ciò che qui sostengo  è dimostrato dall’ultima campagna di Sorgenia, azienda privata di fornitura di energia elettrica. La testimonial è Bebe Vio, atleta  paralimpica  di scherma, campionessa mondiale nel fioretto, che abbiamo spesso visto in tv perché perfetta testimonial per tutte quelle situazioni in cui si voglia comunicare forza e coraggio. Un Alex Zanardi donna e giovanissima.

Vio non suscita compassione, semmai stimola la nostra determinazione: “Se questa ragazzina a cui la meningite ha costretto ad amputare gli arti, tiene in pugno la vita, perché non dovrei farcela io?”, ci chiediamo. Lavora sull’empowerment Bebe, e noi impariamo da lei.

Nella campagna pubblicitaria che qui analizziamo avviene qualcosa in più e di molto importante: la campionessa viene ripresa oltre che a figura intera durante gli esercizi di preparazione atletica, anche in primissimo piano mentre guarda in camera e si rivolge al pubblico. Nell’inquadratura sono evidenti le cicatrici che la malattia ha lasciato sul viso della campionessa: nessun trucco, nessun ritocco che avrebbe permesso in pochi secondi di rendere il viso, peraltro graziosissimo di Bebe, liscio e perfetto.

Come mai accade, ed è un fatto eccezionale nel panorama mediatico attuale, che un volto venga presentato nella sua verità, senza renderlo “presentabile” così come oggi si usa, tanto da aver oramai  reso i visi normali inaccettabili all’occhio della telecamera? Non sappiamo se sia stata una scelta della campionessa o dell’agenzia.

Possiamo però analizzare gli effetti di quel volto reale, ferito e non camuffato su di noi. La parola “faccia” deriva dal verbo fare e dunque siamo noi con la nostra vita che “facciamo la nostra faccia”; la facciamo, la componiamo proprio noi con tutto il nostro vissuto che l’ha formata, con le nostre  gioie e i nostri  dolori: il volto tutto comprende, come ci ricorda lo psicoanalista James Hillman. Cancellare, camuffare, non rendere disponibile agli altri il nostro volto è un’operazione complessa che non coinvolge solo l’estetica bensì l’etica: rimuovere il nostro volto agli altri significa privarli e privare il mondo, della nostra storia, con tutto ciò che comporta.

E dunque il volto  di Bebe Vio sullo schermo, abituati come siamo a volti irreali, artefatti, ritoccati e dunque privati di senso, è un’immagine rivoluzionaria, compie l’inammissibile nei media. E funziona.
Ma attenzione: non perché provochi compassione e pietà, ma perché nell’estrema “verità” di un volto vero, reale e vissuto, lo sguardo diretto di Bebe in camera ci raggiunge profondamente  e ha il potere di far avvenire ciò che Photoshop ha ormai rimosso dalle nostre vite: l’incontro reale con l’Altro/e , in questo caso, con la sua forza, reso possibile dalla verità del volto; incontro che può essere catartico nel nostre vite.

Che sia l’inizio di un nuovo Inizio?
Che da domani si possano vedere in televisione od online, i volti reali? Che sia la fine della rimozione della vecchiaia, dei volti maturi, dell’imperfezione dagli schermi?
Nella società dove e oramai realtà che “se non appari non esisti”, dare spazio nelle immagini alla verità, significherebbe migliorare la coesione sociale, far sentire uomini e donne rappresentati e dunque accettati.
Avrebbe un esito rivoluzionario e enormemente positivo nelle nostre vite.

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